Finita la trebbia, battevano gli zoccoli al suono della fisarmonica alzando pagliuzze dorate mentre il sole, ormai chino sul colle, arrossava le cime dei monti. Era una quadriglia improvvisata, Alfre' seduto con la schiena contro il muro aveva preso la vecchia fisarmonica, con l'occhio fisso al fiasco del vino di cui era il poco affidabile custode.
Seduta sul muro, sotto al pergolato , nell'angolo più lontano, stava l'Argia da sola, chiusa nella propria adolescenza appena iniziata a rimuginare sconclusionati pensieri.
Per un attimo alzò lo sguardo al gruppo che stava ballando ed a una coppia in particolare, avrebbe quella coppia avuto la stessa intesa anche se fosse mancata la musica o la voce che li guidava avesse taciuto. Ebbe l'Argia intuizione di complicità segrete, qualcosa in quella coppia l'attraeva.
Passarono gli anni e pure l'adolescenza dell'Argia che s'era fatta una famiglia.
Nelle chiese durante la messa da poco s'era stabilito l'uso di stringersi la mano e fu proprio in quest' occasione che l'uomo seduto nella panca davanti si girò e strinse la mano dell'Argia, non nel modo indifferente ed abitudinario come sempre accade. Fu chiusa la sua mano tra le due dell' uomo un po' più forte e a lungo di quanto si usi mentre gli occhi s'erano fissati dritti nei suoi.
Ancora prima che ci fosse imbarazzo la mano fu lasciata libera. Era l'uomo della quadriglia con a fianco la propria moglie.
Si videro altre volte, in occasione delle feste di paese e mai tra di loro passò una parola,
Un giorno incontrandosi per soli, fu chiesta un informazione una cosa qualunque, e all'improvviso :
" Fammi stringere una mano, come sei bella, lasciati abbracciare, non voglio altro, mai ti farei del male ".
l'Argia rispose confusa e sorpresa, ma non offesa. Lei aveva tutto quello che aveva cercato, due figli maschi già grandi, un uomo come ce n'erano pochi e mai si sarebbe sognata di sfiorarne un altro .Eppure dopo un po' d tempo, ripensando alla cosa era incuriosita, avrebbe voluto chiedergli cos'era accaduto a quella coppia che una sera di luglio mentre il sole si spengeva e i bimbi correvano dietro alle lucciole, sulla piazza di terra battuta, ballava in un intesa perfetta.
E perché proprio lei, e così d'un tratto, visto che si conoscevano da una vita.
Evitò l'Argia di frequentare i luoghi che lui frequentava, non voleva incontrarlo da sola, non voleva che le parole andassero oltre, che in un certo qual modo s' involgarissero.
Ma in certi giorni trascorsi tra panni e piatti da lavare, quando la malinconia fa sentire una donna più o meno una serva nella propria casa, sapere che qualcuno sarebbe stato felice anche solamente stringendole una mano, le scaldava un po' il cuore.
Ma nei piccoli paesi è impossibile non incontrarsi, e se qualche volta per caso, tra la gente gli sguardi si scambiavano e passava un cenno di saluto, lei negli occhi dell'uomo vedeva, al di là delle parole, riconfermato lo stesso desiderio.
All'Argia piaceva un po' pensare che qualcuno la vedeva bella quando ormai ,non più giovane davanti allo specchio abbassava lo sguardo.
Ch'era bella, per quanto si ricordava non glielo aveva detto nemmeno sua madre.
" Una mano, fatti stringere una mano! "
Di mani innocenti ce n'erano state già un'altra volta, un tempo quasi dimenticato, mani che l'avevano fermata sulla porta di un labirinto dietro cui tutto poteva esserci; più probabile la pazzia. Mani che l'avevano semplicemente fermata, perché indietro dovette tornare da sola e non fu facile.
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mercoledì 20 novembre 2013
venerdì 8 novembre 2013
7 gennaio ( diario di A )
E strano, quante cose albergano nel cuore di un altro essere, puoi sederti accanto a lui per un lungo viaggio, anche per un giorno intero e poi dimenticartene, tante persone incontriamo nella vita che rimarranno degli sconosciuti.
Eppure io guardando quell'uomo già anziano vedevo una ragazza con le trecce legate da nastri, la vedevo così come lui l'aveva vista molti anni prima.
Lei era minuta, piena di speranza e di paura mentre guardava stupita, al di la del finestrino, quel paese
dove tutto era più grande; le case, i fiumi ed anche le persone, mentre al suo paese tutto era piccolo anche gli alberi che dovevano lottare per un po' d'acqua, lì tutto era difficile, anche la vita lo era.
Eppure io guardando quell'uomo già anziano vedevo una ragazza con le trecce legate da nastri, la vedevo così come lui l'aveva vista molti anni prima.
Lei era minuta, piena di speranza e di paura mentre guardava stupita, al di la del finestrino, quel paese
dove tutto era più grande; le case, i fiumi ed anche le persone, mentre al suo paese tutto era piccolo anche gli alberi che dovevano lottare per un po' d'acqua, lì tutto era difficile, anche la vita lo era.
domenica 1 settembre 2013
una lettera da Massaciuccoli
Da questa terra d' acque guardo su, in alto ai miei monti azzurri.
Cattedrali di marmo, immense quali mai ha sognato di costruire mano d'uomo.
Cime protese, in gara nel loro desiderio d' altezze e le nubi che con esse giocano in abbracci di luce.
Guardo questa terra non meno ricca di vita e il volo lento , pigro degli uccelli, un volo che non ama le altitudini ne giocare con il vento.
Guardo l'acqua che il remo smuove, ha color di melma e vedo altre acque, pozze chiuse da pochi sassi ricoperti di muschio che spariscono e riaffiorano sul fianco della montagna e si fan rumore e schiuma, inzuppano fronde e radici.
Si piegano i rami a gettar sprazzi di luce sopra calme pozze che hanno un brivido la dove un ala le sfiora. Io sono come il mirto che ho trapiantato in questa terra, sopravvive ma s'è ingiallito; non ha più fatto ne bacche ne fiori.
Guardo su alla mia terra dove la pietra si fa pane e pianto. Guardo a quel monte che mi ha chiesto il più alto dei tributi e aperto ferite a cui non c'è lenimento, non ho visto il mio ragazzo farsi uomo come non avevo visto farsi bianca la testa di mio padre.
Eppure mi mancano quei monti e il mio paese, ne ricordo ogni angolo di strada e rivedo una giovane donna che a piedi scalzi corre incontro al suo figlio stanco.
Cattedrali di marmo, immense quali mai ha sognato di costruire mano d'uomo.
Cime protese, in gara nel loro desiderio d' altezze e le nubi che con esse giocano in abbracci di luce.
Guardo questa terra non meno ricca di vita e il volo lento , pigro degli uccelli, un volo che non ama le altitudini ne giocare con il vento.
Guardo l'acqua che il remo smuove, ha color di melma e vedo altre acque, pozze chiuse da pochi sassi ricoperti di muschio che spariscono e riaffiorano sul fianco della montagna e si fan rumore e schiuma, inzuppano fronde e radici.
Si piegano i rami a gettar sprazzi di luce sopra calme pozze che hanno un brivido la dove un ala le sfiora. Io sono come il mirto che ho trapiantato in questa terra, sopravvive ma s'è ingiallito; non ha più fatto ne bacche ne fiori.
Guardo su alla mia terra dove la pietra si fa pane e pianto. Guardo a quel monte che mi ha chiesto il più alto dei tributi e aperto ferite a cui non c'è lenimento, non ho visto il mio ragazzo farsi uomo come non avevo visto farsi bianca la testa di mio padre.
Eppure mi mancano quei monti e il mio paese, ne ricordo ogni angolo di strada e rivedo una giovane donna che a piedi scalzi corre incontro al suo figlio stanco.
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