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domenica 4 agosto 2013

i miei racconti: anche questo fu amore






 
 Per lei era bello, bello come l'angelo di marmo che stava in chiesa a fianco dell' altare ma Ada pensava che in lei era entrato il demonio. Sentiva palpiti e turbamenti del proprio corpo che fino allora le erano sconosciuti , che altro poteva essere se non il demonio che un giorno sarebbe uscito squarciandole il ventre?  Non andava più a comunicarsi, pensava che se l'avesse fatto una serpe sarebbe uscita dal calice per strangolarla oppure dalla sua bocca, se fosse andata in chiesa, potevano uscire imprecazioni. Queste ed altre cose terribili le aveva sentite raccontare dalle suore quando andava al catechismo.
La notte i demoni popolavano i suoi sogni ed ogni volta Ada aveva paura ad aprire gli occhi.
Stava dimagrendo ed aveva perso il suo colorito sano, di ragazza di campagna, sua madre pensava che la figlia si stava avvicinando all'età dello sviluppo anche se a ben guardarla Ada aveva ancora l'aspetto di una bimba. Ogni volta che qualcuno del paese scendeva a valle la mamma, con sacrificio, si faceva comperare un pezzetto di carne per la figlia ; purché non si ammalasse.
La mattina Ada usciva dalla casa e dal paese avviandosi sul sentiero, che attraversa la selva e i campi, per raggiungere la stalla dove c'era la mucca. Lei si chiudeva nella stalla e guardava attraverso i buchi della porta che s' erano formati dove il legno aveva perso i nodi. Teneva lo sguardo fisso al sentiero per vedere Renzo.
Renzo arrivava dal paese vicino e quando tardava lei andava a guardare dalla  piccola finestra che stava all'altro lato della stalla. Guardava giù, in basso, verso il piccolo cimitero dove si scorge la strada che arriva dall'altro paese, dove lui abitava, per poi congiungersi al sentiero che lei aveva percorso. Renzo, in quei giorni veniva a lavorare il terreno che confinava con quello di Ada e i due poderi erano divisi da uno stretto viottolo.
Quando lui stava lavorando lei andava prender erba o verdura nel suo campo ma non passava nel viottolo, vicino a lui che stava zappando, non voleva che le parlasse, voleva solo guardarlo perché un uomo bello così pensava che lei non l'aveva mai visto e voleva che anche lui la guardasse e la vedesse bella.
Ma lei come poteva esser bella, pensava l'Ada, con quegli zoccoletti e i calzini di grossa lana che le facevano prudere i piedi e con quella maglia fatta della stessa lana grigia che le pizzicava il collo.
Renzo in quei giorni aveva altre cose in testa che far caso a quella bimba che faceva avanti e indietro per i campi.
Lui al mattino presto come primo lavoro faceva uscire le capre dalla stalla vicino al paese e le accompagnava giù fino al fiume e dopo averlo attraversato faceva risalire il branco su per i boschi nell'altra sponda dove alla sera andava a riprenderle.
Guardava Renzo nel branco le molte capre gravide e pensava come tra poco i salti e i belati dei nuovi nati avrebbero dato più vita al branco, anche le anatre s'erano fatte il nido nel fienile e stavano covando. Ma lui e sua moglie non riuscivano ad avere un figlio.
All'inizio del loro matrimonio ogni mese speravano ma ora cominciavano a pensare che quel figlio non sarebbe mai venuto.
E poi c'era sua moglie, il cui carattere si stava inasprendo sia per quel figlio che non arrivava, sia per i parenti di lui che ad ogni occasione la pungevano come serpi velenose e nemmeno in paese erano clementi con una donna che non aveva figli.
Renzo stesso che pur amandola pensava che ancor più l'avrebbe amata vedendola co un figlio al seno.
Ada  aperse l'armadio che stava in camera dei genitori ed accarezzò un vestito di sua madre, era di tessuto leggero, azzurro a fiori che la madre s'era fatta cucire dalla sarta del paese quando s'era sposata sua sorella e poi non aveva più avuto occasioni per metterlo.
Portò il vestito in camera sua poi con spille da balia e lunghi punti all'interno lungo le cuciture dei fianchi l' accorciò e restrinse come meglio poté. Era un lavoro facile da disfare senza che la madre se ne accorgesse. Ada indossò il vestito davanti allo specchio; si, era soddisfatta ora si sentiva bella.
Prese un sacchetto di tela , vi mise dento l' abito e lo nascose in camera sua .
Quando il mattino dopo i genitori di Ada andarono, per la semina delle patate, ai terreni che si trovano in alto lontani dalla stalla, lassù vicini ai boschi, Lei usci di casa con il suo sacchetto di tela, appena arrivò alla stalla vi si chiuse ed indossò il vestito e quando vide Renzo che stava zappando nel proprio campo lei uscì nell'aria fredda con quell'abito leggero, s'era tolta pure i calzini di lana ; ai piedi aveva solo i suoi zoccoletti di legno.
Purché lui la guardasse, si diceva Ada, e la vedesse bella, bella come  la sorpresa di un fiore colorato che è sbocciato tra l'erba seccata dal freddo ed è bello a vedersi-
Per giustificare la sua presenza, la ragazzina andò nel proprio campo a raccogliere foglie di cavolo.
S' accorse che Renzo, dritto in piedi appoggiandosi con tutte e due le mani al manico della vanga, la stava guardando e lei si sentiva felice.
Renzo guardava quella bimba e si chiedeva cosa le stava passando per la testa, lo sapeva che talvolta le ragazze a quell'età facevano cose strane. Ricordava che anni addietro quando lui era ancora un ragazzino, le sue sorelle s'erano fatte strane, non volevano più giocare con lui e lo cacciavano spesso dalla propria camera. Un giorno suo padre l'aveva trovato che stava piangendo e dando calci alla porta chiusa che le sorelle non volevano aprirgli allora lo fece sedere con lui in cucina e gli spiegò perché  le donne a quell'età sono un po' strane e meglio era per lui girargli al largo.
Quando Ada rientrò nella stalla il contrasto tra la bassa temperatura esterna e il caldo dell'interno la fece rabbrividire. Staccò da un chiodo nel muro i suoi panni e li pose sulla mangiatoia per cambiarsi.
Ada aggrappandosi alla sua fantasia non ancora spoglia dei giochi infantili pensò che lei se avesse avuto un figlio lo avrebbe regalato a Renzo, anche lei sapeva, come tutti di quel suo desiderio. Pensava di potergli regalare un bimbo allo stesso modo con cui l'anno scorso per Natale aveva regalato alla cuginetta la sua vecchia bambola a cui la mamma aveva cucito un nuovo vestito.
S'era tolta il vestito della madre ed aveva indossato la sottoveste di tela bianca quando la mucca le passò su di un braccio nudo la lingua rasposa e Ada pensò che non poteva regalargli un bimbo perché lei non sapeva come fare per averne uno.
La mattina dopo il celo era sereno e l'aria fredda scendeva giù dai monti e nemmeno il sole della mattina era riuscito a sciogliere la brina che la notte s'era formata nella campagna.
Ada uscì dì nuovo nei campi con il suo leggero vestito a fiori e Renzo guardandola pensò che quella ragazzetta stava esagerando e forse era meglio che lui avvertisse i genitori di lei che di certo non sapevano niente. Ma erano cose che lui non avrebbe saputo come dirle, forse  pensò  era meglio prima di parlare consigliarsi con sua moglie.
Ma non fu necessario perché il mattino dopo Ada non andò ad aggirarsi tra i campi-
La sera era scossa da una forte tosse e nella notte sopraggiunse una febbre alta che oltrepassò i quaranta gradi. Il medico che al mattino arrivò dalla valle dove il padre di Ada era andato a chiamarlo la visitò a lungo, scrupolosamente ed in silenzio.
Poi quando fu nell'altra stanza, mentre la mamma della bimba reggeva l' asciugamano e la zia gli versava l'acqua sulle mani il dottore disse che si trattava di polmonite fulminante e la cosa era resa grave dalla debolezza fisica della ragazza, meglio era che qualcuno scendesse subito a valle con lui per prendere le medicine.
Ma Ada non ce la fece, se n' era andata come uno di quegli esili fiori che talvolta anticipando la primavera sbocciano tra l'erba secca ma basta un po' di brina notturna o un po' di vento freddo ed al mattino li troviamo ripiegati su se stessi.
Renzo con la moglie andarono in visita alla famiglia della ragazza, fuori nella piazza lastricata in pietra, stavano silenziosi gli uomini e da li si sentivano le voci delle donne che all'interno della casa stavano pregando.
Passarono attraverso la grande cucina dove regnava una pulizia fredda e sgombra come mai ed entrarono in quella che per un giorno ancora era la camera di Ada.
Candido era il letto e candido era il vestito della sua prima comunione che le avevano messo, era solo bastato allungarlo, tanto s'era fatta magra Ada.
La moglie di Renzo s'era seduta su una delle sedie che le vicine avevano portato in quella casa. Lui guardava la bimba; sapeva come s'era presa quella polmonite, ma parlarne ora non serviva più a nessuno ed anche lui si unì alle preghiere delle donne.
Quasi un anno dopo la scomparsa della piccola, quando ormai aveva perso le speranze Renzo divenne padre d'una bambina e le mise nome Ada.




giovedì 6 giugno 2013

i miei racconti: lei voleva consolarla

Una mattina presto mi svegliarono le grida d'una donna " aiuto aiuto" gridava a tutta voce e chi si trovava in paese accorreva verso quella casa. Quando io vi arrivai c'era già  pieno di gente,  e siccome  ero una bimba non mi fecero entrare, m'affacciai appena sul soglio della cucina e prima che chiudessero la porta, notai che sul tavolo c'erano due bicchieri di vetro pieni d'acqua che avevano all' interno due dentiere. Nella piazzetta davanti casa c'era l'Armida seduta su di una sedia circondata da da altre donne e piangendo diceva "che peccato ho fatto, per una donna è un peccato grave, questa notte mi sono rifiutata al mi' marito e ora è morto, stava così bene, s'è alzato e non ha fatto in tempo a vestirsi del tutto ch'è morto senza dirmi una parola."
T'arriva nella piazzetta la padrona dell'unico baretto del paese e subito fa alla vedova, per consolarla "però se doveva morire ha fatto proprio una bella morte, così senza tribola' tanto, e pensare che ieri sera stava così bene!.. M'e arrivato in bottega che ero sola, non mi riusciva salvarmi, s'è infilato  dietro il banco e voleva per forza mettermi le mani sotto le gonnelle". Le donne presenti la guardano male e lei fa " che ho detto di male è la verità stava proprio bene."


( qualunque riferimento a luoghi o persone è puramente casuale)

domenica 5 maggio 2013

i miei racconti: Il forno a legna

il mio forno a legna




Dove abbiamo costruito il forno sapevo che una volta ce ne stava un altro, assai più grande, demolito alla fine degli anni cinquanta. Ma circa venti anni fa una signora che aveva passato gli ottanta mi disse che quando era una bambina veniva qui con la sua nonna a cuocere il pane.

 C' era un grosso forno dove si potevano cuocere tranquillamente trenta pani e come si usava allora chi possedeva un forno permetteva a  chi lo chiedeva di potervi cuocere il proprio pane naturalmente senza chiedere niente in cambio e naturalmente ciascuno provvedeva alla legna necessaria per riscaldarlo.

Mi raccontò che qui vicino in sole due stanze abitava una coppia con otto figli, dei quali sei erano maschi, erano i più poveri del paese, come quasi tutti gli uomini di qui anche il padre di quella nidiata lavorava nella cava.

Poi morì il vecchio becchino e il ragazzo più grande ne prese il posto e poiché nemmeno nel paese più povero non si  poteva non pagare la sepoltura, quando dalla piazza del paese, che si trova più in alto della mia casa, vedevano la mamma di quei ragazzi che scaldava il forno si chiedevano chi fosse morto, perché se la donna aveva comprato la farina qualcuno, magari nel paese vicino, se n'era andato.

lunedì 29 aprile 2013

i miei racconti: Il pievano e l'uva



Era una tiepida mattina d'inizio ottobre e i raggi di sole piovevano a sprazzi, filtrati dai pampini arrossati, su di Alfredo che sotto al pergolato, arrampicato sul treppiedi, stava vendemmiando l' uva fragola. Lì sul sentiero vicino  stava passando il prete e come voleva l'uso d'allora indossava la tonaca nera che gli arrivava fin sui piedi. Teneva nella mano un fiasco per andare a prender l'acqua alla "fontana del prete". " Dio sia lodato" fa il pievano "sempre lo sia" gli risponde Alfredo e poi gli dice, con un pizzico di malizia, " ma, don Argè', ditemi un po', è vero che presto vi mandano in un altra parrocchia?" "E si è proprio così, ormai qui mi c'ero affezionato, ci stavo volentieri". " Ci credo, ma anche voi però.... e si che siete già un po' in là con gli anni come me". "Ma non è colpa mia, vedete Alfredo, vo state a raccoglier l'uva e io passo qui sul sentiero, e non vi chiedo nulla ma se voi mi dite " ne volete un grappolo?" io vi dico di no una volta, due, tre ma voi insistete " e su, via, prendetene un grappoletto, assaggiatela che dolce come quest' anno non ce n'è mai stata". E uno che fa? Anche per non offendere accetta. Sapete che vi dico meglio sarebbe che mi mandassero in un paese di vecchie e che volessero tenere tra le mani solo il rosario!". "Ma che dite?" "dico che ormai son quasi vecchio e da qualche parte vorrei metter radici che troppi paesi ho girato. "
E Alfredo tace ma pensa tra di se" io l'uva mica te l'offro che tu saresti buono di chiedermi pure il vino".

lunedì 8 aprile 2013

i miei racconti: Era solo un pettirosso




Era solo un pettirosso



C'era un vecchio, dal corpo chino e dal volto scavato dai solchi del tempo e del sole che vangava il suo campo.
Sembrava quella vanga ogni anno farsi più pesante e quella terra argillosa divenire più dura.

Aveva, in quei freddi giorni di febbraio, un piccolo compagno; era un pettirosso che saltellava vicino a lui sul filare di viti ancora da potare.
 Era un ciuffetto di piume così piccolo che per quanto saltellasse su quei tralci aggrovigliati sotto il suo peso non si piegavano.
Il vecchio ogni tanto cantarellava il ritornello d'una vecchia canzone ; era l'unico motivo che da sempre gli sentivo cantare.
 Ogni tanto rivolgeva due parole a quell'uccelletto dall'aria impaziente. Quando l'uomo era stanco si sedeva sul margine del campo, dove il terreno era rialzato e si avvolgeva un po' di tabacco in una cartina, così mentre lui fumava, il pettirosso scendeva dal filare e si aggirava tra le zolle appena smosse in cerca di lombrichi.

Quando il vecchio riprendeva a vangare il pettirosso volava sui tralci e lo seguiva da vicino senza paura.
Poi un mattino, quando camminava sul sentiero tra i castagni, sentì uno sparo che proveniva dal suo campo.
Quando arrivò vide nel terreno, che i giorni prima aveva arato, un cacciatore che raccoglieva da terra un uccelletto.
Senza affrettare il passo quel vecchio s'avvicinò e guardandolo, con voce calma e triste gli disse:
"Hai fatto un bel lavoro, ora dimmi, cosa ci fai?"

Il cacciatore, che sovrastava quell'ometto di due palmi reggeva nella mano aperta il pettirosso, quel batuffolo tiepido e senza peso col capo che ciondolava dalla mano s'era fatto pesante come un'accusa.

 Avrebbe preferito, quel cacciatore che il vecchio si fosse messo ad urlargli contro per averlo trovato nel suo campo, allora se ne sarebbe andato imprecando, avrebbe voluto buttar via quell'uccelletto eppure la sua mancanza di risposte e la tristezza di quel vecchio sembravano trattenerlo lì!

Quell'ometto tese la mano e gli disse:
" dallo a me".
Solo allora, senza dire una parola, il cacciatore se ne andò.

Mio padre, che nei suoi ottant'anni aveva visto ben altre tragedie, con la punta della vanga sollevò una zolletta di terra ai piedi del ciliegio selvatico, prese l'uccelletto che aveva posato in terra, gli passò diverse volte un dito sul petto e lo seppellì.

 Mettendosi di nuovo a fumare disse:" Era solo un pettirosso!".

Eppure le mattine dopo, mentre terminava di vangare il suo campo non sentii più mio padre cantare. 

venerdì 5 aprile 2013

i miei racconti: Un po’ più d’una strada, un po’ meno d’un paese




Un uscio si schiude, ne sporge una mano che sorregge una catinella e ne riversa in strada il contenuto d’acqua saponata che viene subito assorbita dalla terra arsa lasciandovi una macchia scura.

Una finestra s’apre al piano di sopra, una donna si sporge e con una forchetta raschia i pochi avanzi della cena buttandoli giù nella strada. Subito accorrono tre o quattro galline mentre il gallo con voce chiocciante le invita a mangiare. Anche un gatto s’avvicina ma il gallo gli si para davanti con fare minaccioso. Il gatto per un momento rimane lì incerto e poi s’allontana per cercar prede tra i muri di pietra della vigna che ha inizio là dove la strada termina.

Il gallo impettito sale sul muretto che costeggia la strada e si mette a cantare .

Marta si sveglia e guarda nello specchio dell’ armadio il profilo del suo corpo disteso nel letto,
scoperto fino ai fianchi.
 Con un piede spinge le coperte in fondo al letto e osserva soddisfatta l’intero profilo del suo corpo nudo. Poi le torna in mente che negli ultimi giorni, avvicinandosi allo specchio ha cominciato a notare sul viso la comparsa di piccoli segni che tra qualche anno si trasformeranno in fonde rughe.

Marta non conosce uomini giovani e il tempo passa. Tra poco sua madre dalla cucina la chiamerà per andare a lavorare nei campi e Marta indispettita si tira le coperte fino al collo.

Sulla strada sferragliano le ruote cerchiate del carretto che Arma,’ vecchio e curvo ,si tira dietro; va a prendere il letame nella stalla in fondo alla strada. 

Anche il passaggio giornaliero di quel carretto lascia ai lati della strada dei solchi che negli anni si fan sempre più fondi.

Mentre Marta sta per godersi gli ultimi momenti di sonno si gira su di un fianco e pensa che presto se ne andrà in un grande paese dove ci son tante strade, dove ci son tanti uomini.

domenica 17 marzo 2013

i miei racconti: Tre palmi sotto il mento

                                                       
    Tre palmi sotto il mento


Terminata la strada che collega nostri paesi di montagna con la valle i paesani decisero d'avere anche loro un santo proprio e non più un unico santo, quello della parrocchia da condividere con altri quattro paesi.

Così arrivò il giorno in cui poter festeggiare il nuovo santo, dal mattino presto ad ogni finestra facevano mostra di se le coperte e i pizzi più belli. nelle strade s'erano sparsi rami di mirto e timo che quando vengono calpestati lasciano nell'aria un profumo inconfondibile.

Tutto era pronto, anche i mortaretti, il paese era in attesa  e già la banda accordava gli strumenti .

Il vescovo tardava e i chierichetti,vestiti di tutto punto, che fermi non potevan stare sul sagrato s'erano messi a darsi spintoni.

 Don Ugenio era agitato, più d'ogni altro paesano, faceva fuori e dentro dall'altare al sagrato.

 Qualcuno lo vide inginocchiarsi al santo e poi sparire in sacrestia dove  la Rosa faceva i tortelli per il pranzo al vescovo e ad i preti che l'accompagnavano.

La Rosa, tra un abbraccio e una palpata, per dirla bene,  tre palmi sotto al mento, una mano infarinata sulla tonaca gli lasciò stampata.

Arrivò il vescovo e si partì in processione, don Ugenio, che non s'era reso conto di nulla, in tutta fretta partì in testa con il santo mentre la banda suonava e le suore cantavano, la sua toga come una bandiera mostrava una mano bianca s'un drappo nero.

Riportato il santo all'altare, dopo aver mangiato e finiti i fiaschi di vino, sulla piazza del paese dal canto sacro si passò a quello profano e qualcuno di quella mano infarinata si mise a rimare.


Quel sabato in paese
s'erin fatti i mortaretti
un santo novo volein portà,
staino a fa spintoni i chierichetti.
Aspettaino il vescovo co' i preticelli
e la Ro'in sacrestia
stava a fa' i tordelli.
Don Ugè era agitato
facea fora e dentro
dall'altare al sagrato.
E po' come fusse come sia
fe' un'inchino al santo
e sparitte 'n sacrestia.
La Ro', tra un'abbraccio e 'na palpata
tre palmi sotto il mento
una mana gli lasciò stampata.
Don Ugè conto un se ne rese
 e con santo e Vescovo
fe' il giro del paese.
Mentre la banda sonava,
mano bianca su stoffa nera
la toga sventolava
come una bandiera.



             Gabriella