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mercoledì 24 luglio 2019

Il macina caffè si racconta

Sono un macina caffè ma a dir la verità di caffè n'ho macinato poco.

Molti anni fa mi portò in questa casa una zia come regalo di nozze alla giovane nipote..

Iniziai il mio lavoro macinando ogni giorno un bel pugno d'orzo tostato che la giovane toglieva poi dal mio cassettino per preparare ogni sera la bevanda con cui al mattino facevano colazione mischiandovi un po' di latte aggiungendo nella tazza pezzetti di pane.

Andai avanti così per un paio di anni poi....

Arrivò il tempo in cui reperire cibo era difficile e mi toccò macinare radici di cicoria selvatica, vinaccioli e pure ghiande...il tutto prima di darlo a me veniva messo in un padellino e tostato sopra le braci del camino.

Poi passata la guerra iniziai di nuovo a macinare orzo....ora la dose era aumentata perché c'era un piccoletto...un bimbo che cercava di afferrarmi per giocare e quando iniziò a salire sulle sedie...dalla credenza fui messo in alto sulla mensola del camino dove sono rimasto fino ad oggi.

Ed ecco che un giorno mi ritrovai a macinare il caffè....era la festa del patrono e in casa c'erano degli invitati....una prima volta che ben ricordo...un profumo che mi rimase addosso per giorni anche quando continuavo a macinare orzo.

Però ogni tanto arrivava il caffè....ne compravano venticinque grammi....quando c'era festa grande oppure quando qualcuno stava male...

Poi arrivai a macinarlo ogni domenica.....

Speravo che sarei arrivato un giorno a macinare solo caffè ma.....

Ma mi sbagliavo....Quando le cose andarono meglio arrivò nella casa un macinino elettrico....lo invidiavo anche se ero infastidito dal rumore che faceva.

Ma non fece una bella fine perché si ruppe e lo buttarono via

Poi arrivò il tempo in cui i negozi non vendevano più prodotti sfusi....e il caffè era in pacchetti già macinato.

E così son rimasto su questa mensola ....

In questa stanza ho visto quattro generazioni...

Ogni tanto mi danno una spolverata....qualche volta macino un pugno di riso che viene dato a due bambine per farle giocare....e con sforzo piccole manine girano la mia manovella.



venerdì 16 dicembre 2016

I miei racconti: la saponetta


La Saponetta

In paese quel mattino erano rimaste poche persone....
Gli uomini stavano gia lavorando nelle cave di marmo o nei boschi e qualche donna era rimasta con i bimbi piccolini oppure perché ancora doveva sbrigare qualche faccenda...
Era una giornata già calda fin dalle prime ore del mattino...qualcuno cantava nella casa con le finestre spalancate....veramente quasi tutte le case avevano le finestre aperte e pure le porte non venivano mai chiuse a chiave....ladri non ce n'erano...e se fossero entrati non avrebbero trovato nulla da prendere.

La donna che cantava accostò la porta e usci tenendo per la mano una bimba con le treccine ed ecco che inizia gridare:

"Brutto rospo malidetto, figliola d'un cane, razzaccia malidetta..." il resto meglio tacerlo..

E siccome in un piccolo paese poche, azi quasi nessuna cosa è un fatto privato e meno che mai le liti....
Chi stava in casa s'affacciò alle finestre o ai muretti...per capire bene così avrebbero riferito a chi non era presente....insomma una specie di facebbok all'antica.

Qualcuno dal secondo piano della casa più vicina dove stava passando la donna con la bimba urlava:

" Che hai da urlà...mi pai matta...matta come tu' ma e la tu nonna"

"sei un rospo velenoso hai bagno anco questa creatura...prega che un s'ammli senno' ti cionco a pezzi. L'hai a smette di tirà sempre l'acqua del catino duve ti sei lava nela via, votila nela tu' piazza"

"Se l'aqua t'ha bagno almeno ti sei improfumata, che ti credi io mi lavo cola saponetta.....mia con il sapone"

è si perché la saponetta  veniva tenuta assieme all'asciugamano "bono" per far lavare le mani al medico quando veniva a visitare un ammalato.

Per il resto c'erano i pezzi di sapone con cui si lavavano i panni , le persone e i piatti.


venerdì 27 giugno 2014

i miei racconti: un ladro esperto parte 2



I boschi di Luciano si trovavano distanti, in alto da lassù partiva una funicolare che arriva giù in basso e serviva per scendere il legname.

 Per il taglio degli alberi prendeva a lavorare uomini a giornata mentre per la raccolta delle castagne c'erano le " coglitore " che venivano ripagate con la farina dolce.

Il terreno da coltivare, la vigna e la stalla erano affidate ad una numerosa famiglia del paese.

I prodotti della terra al momento della raccolta venivano divisi a metà con il contadino, mentre il maiale l'acquistava il padrone e s'allevava nutrendolo con i prodotti della terra ed al momento della macellazione le carni  venivano divise a metà, mentre le pecore e gli agnelli che nascevano appartenevano al padrone, al contadino toccava metà della lana e del formaggio.

La famiglia che s'occupava della terra era numerosa ed a Natale  già aveva terminato le provviste.

Così quella primavera ad uno degli zii venne un idea; quella di  mangiarsi tutti assieme un agnello e così lo fecero sparire.

La mattina dopo avevano paura per la reazione del padrone perché Luciano era si un uomo generoso ma andava su tutte le furie se qualcuno cercava di farlo fesso.

Il giorno dopo  aver mangiato l'agnello, di buon ora uno degli zii andò a bussare alla porta della falegnameria e imprecando avvertì il padrone che nella stalla c'era stato un furto.

continua

sabato 3 maggio 2014

i miei racconti: il vecchio e la bimba 2 parte




" Perché un giorno m'ha raccontato una storia ed ora non lo farà mai più ".
All'ora l'uomo si ricordò: era una giornata calda ed umida, un suo contadino era morto e lui andò in visita alla famiglia.
Lasciando la strada ed entrando nella piccola stanza per un poco ebbe la sensazione d'entrare in un luogo fresco ,ma era un illusione dovuta all'oscurità dell'ambiente.
Al centro della stanza faceva spicco il candore di un letto su cui stava disteso un uomo con il vestito scuro; probabilmente lo stesso abito con cui s'era sposato. Lungo la parete stavano donne sedute sulle sedie che s'erano portate da casa, e recitavano il rosario.
Quel vecchio guardò verso una porta socchiusa che dava sulla cucina dove una bimba stava seduta ed i suoi piedi nudi non arrivavano a toccare il pavimento.
Era sola e piccola ma sul volto aveva la seriosità di  un adulto; l'uomo le si avvicinò mentre la bimba rimaneva immobile guardandolo  con occhi severi, allora lui si sedette in basso, davanti a lei, sul soglio del focolare e non sapendo quali parole dire ad una creatura così piccola, iniziò a raccontarle una storia e la condusse in paesi incantati.

Due giorni dopo quella farsa di funerale il vecchio andò a cercare la bimba e la madre e le condusse con lui a vivere nella grande casa, in quella casa dove mai sarebbe potuta entrare se non come serva, mentre ora ne era divenuta la cosa  più preziosa.
Alla sera, seduti nel grande salone, nell'incanto di quegli occhi dove tutto poteva avverarsi, quel vecchio  diveniva servo bastonato, fanciullo e capitano di velieri mai visti, capace di ridere e piangere.
Quando la bimba, impaurita da certe storie, afferrava la sua  grande e rugosa mano e poi rassicurata prendeva ad accarezzarla con mano leggera come l'ala d'un passero era come se gliela posasse sul cuore guarendolo d'antichi mali.



prima parte
http://raccontareunpaese.blogspot.it/2014/05/i-miei-raccontiil-vecchio-e-la-bimba.html

giovedì 13 marzo 2014

i miei racconti: piccola signora

Piccola signora, non posso pensare a te con un nome diverso, mentre aperta la scatola polverosa e srotolando i vecchi fogli di giornale mi ritrovo in mano la prima tazzina di porcellana che mi regalasti per il mio matrimonio.
" Piccola signora " pensai la prima volta che ti vidi, simile ad una bimba invecchiata, presto feci ad accorgermi che non accettavi che qualcuno ti chiamasse" signora "
Le donne, in paese, che avevano la tua età usavano abiti scuri e spesso neri, eri l'unica a indossare abiti colorati e così, guardandoti a distanza con la tua figura minuta potevi sembrare una bimba.
Talvolta mi chiamavi per farti aiutare a spostare vasi di fiori che per te erano troppo pesanti ed in queste occasioni mi raccontavi qualcosa di te.
Mi raccontasti di quel fidanzato e della colletta che fecero i parenti perché potesse raggiungere un suo zio nelle Americhe, della sua partenza e promessa di tornare con i soldi per mettere su famiglia.
Dopo  due anni preparando il corredo e aspettando sue notizie pensavi che in quel paese lontano si fosse perso ricevesti una lettera con il biglietto per raggiungerlo.
Lui non sarebbe più tornato, laggiù aveva fatto una piccola fortuna e voleva che tu lo raggiungessi. non riuscisti a trovare il coraggio di attraversare il mare, quel mare dove eri stata una sola volta con lui, il quale ti convinse a mettere i piedi dentro quell'acqua che sentivi ostile, sempre in movimento, che t'avvolgeva le caviglie con forza e ti tirava verso di se. E poi c'era il rumore, quel rumore continuo del mare che continuavi a sentire anche mentre ritornavi a casa.
Chiudesti nella cassa del corredo, quell'unica lettera e tutti i desideri e con essi la tua gioventù.
Con la tua valigia di cartone legata con una vecchia cintura partisti per attraversare un mare di terra per andare in una casa come non avevi mai visto; una casa di signori.
E li hai cresciuto due generazioni di ragazzi, senza mai far parte veramente  di quella famiglia, finché anziana, sei ritornata in paese.
Un giorno m'ha fatto salire nella tua camera, hai aperto un baule e con piccole mani d'avorio ingiallito ne hai tirato fuori un pacco leggero e ben confezionato, l'hi posato sul letto ed un po' tremante m'hai mostrato il contenuto.
Era un abito da sposa, molto bello, ma per le proporzioni somigliava ad un abito per la prima comunione; ero veramente sorpresa.
" è per me" m'hai detto senza darmi il tempo di far domande " Io non ho mai avuto il vestito da sposa e quando muoio voglio esser seppellita con questo abito bianco!"
Eri scesa a valle diverse volte per farti confezionare un abito da sposa su misura; chi l'avrebbe mai pensato !E non solo! T'eri fatta fare anche la lapide con la foto a figura intera dove indossavi l'abito da sposa ed il velo.
Su quella tomba che ti facesti costruire mancava solo una cosa, l'ultima cosa: la data.
Allora t'immaginai mentre eri dal sarto, e dal fotografo, non ignara delle reazioni che avrebbero avuto.
Molti si stupirono passando davanti a quella tomba ed i parenti ti rimproveravano di quell'idea a dir poco bizzarra , sentendosi loro stessi un po' ridicoli, volevano farti togliere quella foto ma volgevi lo sguardo altrove senza rispondere.
Passarono altri cinque anni e su quella lapide fu messa l'ultima data.




( qualunque riferimento a persone è puramente casuale )





venerdì 21 febbraio 2014

i miei racconti : un anima viva come non mai

Era contento in quel giorno d'estate che il sole finalmente fosse calato dietro i monti e dalla marina s'alzasse un filo di brezza a rinfrescargli il viso.
Per ingannare il tempo in quell'ultim'ora della sera dalla sua sedia si distraeva lanciando qualche sputo cercando di colpire le mosche che si posavano sulle pietre della terrazza.
Non sapeva che altro fare, era tutto il pomeriggio che stava leggendo.
Aveva letto più libri in quegli ultimi mesi di quanti ne avesse mai letti in tutta la vita.
Come il medico affonda le mani lorde di sangue nelle viscere per trarne fuori il male lui annaspava con mani grondanti disperazione dentro la propria anima ed era sorpreso di trovarvi cose che non sospettava, mai provate prima, adesso di quella capacità di " sentire " ne aveva piena la mente e l'anima.
Ma parlare di sentimenti ora era incapace, non era mai stato uomo di molte parole.
Sentirsi pieno d'amore e non solo, proprio ora quando non poteva offrire che quello!
Gli sembrava fuori posto, poteva sembrare una richiesta d'aiuto e non la voglia e la forza interiore di dare, come mai aveva desiderato prima che quella pietra staccatasi dal monte avesse fermato la corsa di quel  corpo che era sempre pronto a rispondere ad ogni sua necessità.
Con quella sua immobilità e l'anima viva come mai: " è impossibile... " si diceva " forse..." meglio era non pensarci.
Dalla sua immobilità avrebbe voluto alzarsi in un volo d'anima e con l falco, su oltre le montagne nell'immobile volo che il vento governa, guardare le cime bagnarsi della prima luce mentre la terra ancora si cela sotto la coltre della notte.
Seguire i rii che s'ingrossano sul fianco della montagna per unirsi ad altri ruscelli e giù fino a valle dove si fanno fiume.
E poi in autunno, guardare i boschi che si fanno dorati ed umidi come gli occhi di sua madre.  
Ancora una volta avrebbe voluto chinarsi sui prati di trifoglio verdi di speranza come gli occhi di suo figlio.
Ma un dolore continuo lo richiama, legandolo a quella sedia.
Eppure di quelle altezze, di quel trifoglio ci sono giorni in cui ne sente tutto il profumo.

mercoledì 30 ottobre 2013

i miei racconti: tanti nomi ha il sesso




Una volta il vecchio medico disse che tanti nomi hanno le parti sessuali quanti sono i paesi d'Italia, e più ancora ne avevano le parti femminili, ma la cosa fu lasciata cadere lì.

Poi un giorno l'Annetta , detta Annettona ,donna che poche volte era uscita dal paese si vide costretta a scendere a valle e recarsi nel tribunale di Pietrasanta come testimone in un processo per storie di amanti.


 La donna che era priva di istruzione e conosceva solo il dialetto ad una domanda ben precisa del giudice non sapeva come rispondere o per meglio dire si vergognava a dover nominare in pubblico la parte maschile che aveva visto

 . Ma quando la donna intimorita dal giudice che davanti al silenzio della donna ripeté la domanda alzando la voce, l'Annetta abbassando gli occhi rispose:

" Ho visto, ho visto....un uccello ".

 E la gente in aula si mise a ridere.

Allora il giudice batté il martello per fare silenzio in aula e disse:

" Signora si dice membro, ho visto il membro, deve dire! "

E l'Annetta che davanti al giudice era intimorita ma di solito non era mai a corto di parole, tornata in paese divulgò la notizia e i paesani, messi al corrente che si poteva usare un altra parola, la videro come cosa strana e non fu mai usata.

mercoledì 2 ottobre 2013

i miei racconti: Ad un uomo tutto si può negare ma....




La Fernanda stava sulla Croce con la schiena appoggiata ad un grosso masso mentre le sue pecore pascolavano all'ombra dei frassini . Era talmente presa dai suoi pensieri che non s'era nemmeno accorta di sua madre, la Rosa che scendeva giù dalla mulattiera portando sul capo una fascina di legna.

 Così quando la donna buttò in terra la fascina, a due passi dalla Fernanda , questa fece un balzo.

"Accidenti a voi che paura m'avete fatto prendere ! "

" E che sei sorda che non m'hai sentita arrivare? " Le disse la Rosa e poi si asciugò con il grembiule il sudore del viso e del collo e  si sedette a fianco della figlia.

La Rosa s'accorse che la Fernanda, la quale a chiacchierare ci stava volentieri quel giorno non ne aveva voglia e teneva la testa china.

" Si può sapere oggi cos'hai ? Almeno togli i capelli dagli occhi ed alza il viso! "

La Fernanda tirò su il viso e sotto quella fialda di capelli che pareva essere sfuggita dalle forcine che tenevano a posto la crocchia di capelli scuri sua madre vide l'occhio nero.

" Cos'hai fatto ?"
 "E cosa volete che abbia fatto ? ieri sera sono caduta per la scalinata della vigna."

" Senti, non mi raccontare storie eh! che quando si cade da una scalinata ci possiamo far male alle gambe o alla schiena ma mai ho sentito dire che ci si faccia gli occhi neri.

E stato tuo marito vero ? "

" E stato lui si !"

  " Quel serpente velenoso ! era ubriaco anche ieri sera ?!  Almeno un giorno  o l'altro con il vino ci si strozzasse !"

"Magari avesse bevuto ! Che quando ha bevuto non ricorda nulla, invece stasera quando viene dal lavoro non so come fare ad entrare in casa. "

" Eh iofottuti , che gli avrai fatto mai?|"

  "Ieri sera, il mi' Ugenio aveva voglia di " segate " , me n'ero già accorta durante la cena, non è uscito nemmeno per andare al bar. Così appena il bimbo è andato a letto ci siamo andati anche noi, e sapete com'è....."

" Com'è lo so si ! Ma che una la mattina dopo abbia un occhio nero questo proprio non lo so!."

"O ma' se mi lasciate finire vi racconto come è andata !Ve l'avevo già detto di Armando che mi gira attorno ed ogni volta che mi passa vicino mi fa dei discorsi storti, insomma ieri sera non so come ma quando siamo stati sul più bello anziché chiamare Ugenio ho chiamato Armando.
 E così m'ha fatto un occhio nero. Stamani è andato alla cava senza dir parola e stasera quando viene a casa non so che scusa inventare, è tutto il giorno che mi arrovello il cervello ma non mi viene in mente nulla."

" Puoi solo provare a lasciare la porta aperta ed un fiasco di vino sul tavolino e prima che tu entri in casa sperare che lo beva tutto e scordi la faccenda.

Ma che funzioni io, a dir la verità ci credo poco.

Bella mi' figliola questa volta ti sei fregata da sola, perché ad un uomo tutto si pole negare, ma chiamarne un altro in quei momenti li!....Non ho proprio consigli da darti.".

    


venerdì 6 settembre 2013

i miei racconti: Giulia e il poeta

                   Giulia e il Poeta

La Giulia bella e già trentenne in paese era considera una zitella, tutte le sue coetanee erano sposate con figli.

  Non che le fossero mancate le occasioni per farsi una famiglia , era una ragazza sana e di bell'aspetto, alcuni giovani avevano provato a corteggiarla più o meno a lungo ma poi avevano finito con lo stancarsi.

Giulia era considerata troppo superba , la verità è che lei voleva un altro, voleva Oreste.

Oreste non era quello che può dirsi un bell'uomo , era sulla cinquantina aveva le gambe corte e il busto lungo come quello di un uomo normale, quando stava tra la gente preferiva stare seduto così sembrava alto come gli altri.

Oreste aveva fatto solo la terza elementare ma aveva letto qualche libro ed aveva scoperto che con le parole poteva giocare, così più spesso del  necessario faceva citazioni di belle frasi o scriveva poesie , magari prendendo in prestito belle frasi che aveva letto , tanto in paese  erano,  quasi tutti analfabeti e nessuno le conosceva.

 Con le donne in particolare faceva sfoggio del suo sapere e così lo chiamavano il poeta.

La Giulia s'era innamorata delle sue parole ed era sicura che rispecchiassero il suo animo sensibile ,gentile e capace come nessuno di capire la bellezza.

Così finirono ad incontrarsi prima di nascosto e poi in pubblico.  Il vecchio padre di lei gli diceva di lasciarlo perdere, che non era uomo da farsi famiglia , non aveva mai lavorato, in cava aveva paura , emigrare per lavorare nelle miniere come avevano fatto in tanti non ci pensava nemmeno e poi con quella fissa di scrivere....

La Giulia non sentiva ragione e così come spesso fanno i figli faceva il contrario di quello che il padre le diceva e dopo un po' essendo rimasta incinta si posarono.

Fece presto Giulia ad accorgersi che il suo poeta era innamorato solo delle parole che riusciva a scrivere. A Giulia toccava di lavorare nei campi un po' da un proprietario un po' dall'altro in cambio di cibo  per il figlio ed il marito ,in poco tempo sul suo viso erano comparse rughe d'amarezza.

ma pur lavorando tanto quei bimbi che ora erano due avevano freddo e il giorno stavano a letto sotto le coperte per riscaldarsi un po' e quando la sera non riuscivano a dormire per la fame la Giulia cercava di addormentarli a forza di raccontargli fole.

Poi in casa cominciò ad esserci cibo a sufficienza e la sera c'era legna per il focolare ed il poeta non fece mai domande.

Ad aiutare Giulia erano quegli uomini che aveva rifiutato ma se questi chiesero qualcosa in cambio non si sa.

giovedì 6 giugno 2013

i miei racconti: lei voleva consolarla

Una mattina presto mi svegliarono le grida d'una donna " aiuto aiuto" gridava a tutta voce e chi si trovava in paese accorreva verso quella casa. Quando io vi arrivai c'era già  pieno di gente,  e siccome  ero una bimba non mi fecero entrare, m'affacciai appena sul soglio della cucina e prima che chiudessero la porta, notai che sul tavolo c'erano due bicchieri di vetro pieni d'acqua che avevano all' interno due dentiere. Nella piazzetta davanti casa c'era l'Armida seduta su di una sedia circondata da da altre donne e piangendo diceva "che peccato ho fatto, per una donna è un peccato grave, questa notte mi sono rifiutata al mi' marito e ora è morto, stava così bene, s'è alzato e non ha fatto in tempo a vestirsi del tutto ch'è morto senza dirmi una parola."
T'arriva nella piazzetta la padrona dell'unico baretto del paese e subito fa alla vedova, per consolarla "però se doveva morire ha fatto proprio una bella morte, così senza tribola' tanto, e pensare che ieri sera stava così bene!.. M'e arrivato in bottega che ero sola, non mi riusciva salvarmi, s'è infilato  dietro il banco e voleva per forza mettermi le mani sotto le gonnelle". Le donne presenti la guardano male e lei fa " che ho detto di male è la verità stava proprio bene."


( qualunque riferimento a luoghi o persone è puramente casuale)

lunedì 27 maggio 2013

i miei racconti: La leggenda di Ortensia

 Sapeva il suo nome di sottoboschi ombrosi, di felci chine su chiare pozze d'acqua e di soffici muschi.
Dalla sua bocca non uscì mai un alcun suono anche se i medici dicevano che avrebbe benissimo potuto parlare.
Nessuno seppe mai chi fosse suo padre e con sua madre non s'incontrarono mai perché l'una morì quando l'altra aperse gli occhi alla luce del mondo.
Fin dai suoi primi giorni di vita la nonna si prese cura di Ortensia e presto s'accorse che qualcosa non andava; pensava che la piccola fosse cieca per il modo con cui toccava le cose come volesse vederle attraverso le mani. Ma crescendo, il passo d'Ortensia si faceva sicuro ed afferrava gli oggetti con sicurezza eppure continuava a toccare le cose come chi non vede e sconcertava il modo con cui sembrava esplorare con insistenza i volti di chi le andava vicino; Passava le mani su ogni piccola piega come a volervi leggere qualcosa d'invisibile. Sembrava voler toccare qualcosa che solo lei vedeva, ma la nonna con il passar del tempo divenne sicura: quella bimba aveva una buona vista.
Tutti la sgridavano, ora che stava crescendo , non poteva toccare tutto in quel modo, metteva le persone in imbarazzo, le madri preoccupate, non volevano che si avvicinasse ai loro figli.
Così prese a girovagare per i boschi evitando le persone, sceglieva ombrosi sentieri ed accarezzava tutto quello che poteva, ciò che non si ribellava, vellutati muschi e pietre che nella sera ancora trattenevano il calore del sole,  faceva scorrere le mani sui tronchi rugosi  e  dopo averli accarezzati li abbracciava a lungo. Si fermava spesso ad accarezzare gli animali e ne sentiva il calore e il piacere che essi ne traevano e non capiva perché allo stesso modo non poteva accarezzare le persone.
Ortensia s' era fatta grande, la sua pelle era chiara, simile all'alabastro e chiari erano i capelli e gli occhi celesti che sembravano accendersi di lampi azzurri. Le sue mani avevano una bella forma ma erano un po' più lunghe di altre mani, come se quell'estensione volesse darle maggior piacere attraverso il tatto.
Nessuno seppe quando Ortensia accarezzò il primo uomo, di certo lo fece nel silenzio di quelle ombrose selve. Ce ne furono parecchi che andarono da lei e si lasciarono accarezzare, faceva scorrere le mani sui loro visi e si soffermavano la dove un dolore aveva lasciato un solco un po' più profondo e altre ferite, nell' anima un po' per giorno cominciavano a rimarginarsi.
Ortensia portava ad altri con quelle mani tutto l'amore e le carezze che mai aveva avuto, le lasciava scorrere  sulle spalle, percorrevano le braccia, fino ad incontrare altre mani e lì si fermavano.
Gli uomini che andavano da lei non chiesero mai altro, il resto potevano trovarlo altrove mentre in nessun altro luogo avrebbero trovato ciò che gli dava Ortensia.
Da lei cominciò ad andare anche qualche donna, si raccontava che una fosse stata aiutata in un parto dove la situazione era disperata che soltanto accarezzandole il ventre fece cessare i dolori alla madre e la creatura che poco prima sembrava non dar più segni di vita venne subito al mondo sorridendo.
I bimbi ancora non li portavano da Ortensia; bisognava esser sicuri ma dai paesi vicini già qualcuno pensava d'andarci.
Passò da queste parti un uomo che aveva ascoltato parole in tutte le lingue e proprio le parole l'avevano ferito più profondamente di quanto l'avessero fatto le lame delle tante battaglie che aveva combattuto.
S'incontrarono con Ortensia e in silenzio si compresero, veramente nessuno li vide assieme ma fu certo che da questi luoghi se ne andarono nello stesso momento, furono fatte tante ipotesi ma con certezza non si seppe mai per dove fossero partiti poiché nessuno li vide mai più.
Così quelle ferite non visibili, non ancora chiuse, lasciate da sole andarono in cancrena e dalle bocche né uscì tutto il fetore. Da chi si sentì abbandonato uscirono storie diverse, così per qualcuno divenne pazza per altri prostituta.
Ma tutto quel clamore continuò finché altri fatti né presero il posto e quello ormai passato di bocca in bocca, ormai privo d'interesse e di parole nuove si spense da solo.


domenica 5 maggio 2013

i miei racconti: Il forno a legna

il mio forno a legna




Dove abbiamo costruito il forno sapevo che una volta ce ne stava un altro, assai più grande, demolito alla fine degli anni cinquanta. Ma circa venti anni fa una signora che aveva passato gli ottanta mi disse che quando era una bambina veniva qui con la sua nonna a cuocere il pane.

 C' era un grosso forno dove si potevano cuocere tranquillamente trenta pani e come si usava allora chi possedeva un forno permetteva a  chi lo chiedeva di potervi cuocere il proprio pane naturalmente senza chiedere niente in cambio e naturalmente ciascuno provvedeva alla legna necessaria per riscaldarlo.

Mi raccontò che qui vicino in sole due stanze abitava una coppia con otto figli, dei quali sei erano maschi, erano i più poveri del paese, come quasi tutti gli uomini di qui anche il padre di quella nidiata lavorava nella cava.

Poi morì il vecchio becchino e il ragazzo più grande ne prese il posto e poiché nemmeno nel paese più povero non si  poteva non pagare la sepoltura, quando dalla piazza del paese, che si trova più in alto della mia casa, vedevano la mamma di quei ragazzi che scaldava il forno si chiedevano chi fosse morto, perché se la donna aveva comprato la farina qualcuno, magari nel paese vicino, se n'era andato.

lunedì 29 aprile 2013

i miei racconti: Il pievano e l'uva



Era una tiepida mattina d'inizio ottobre e i raggi di sole piovevano a sprazzi, filtrati dai pampini arrossati, su di Alfredo che sotto al pergolato, arrampicato sul treppiedi, stava vendemmiando l' uva fragola. Lì sul sentiero vicino  stava passando il prete e come voleva l'uso d'allora indossava la tonaca nera che gli arrivava fin sui piedi. Teneva nella mano un fiasco per andare a prender l'acqua alla "fontana del prete". " Dio sia lodato" fa il pievano "sempre lo sia" gli risponde Alfredo e poi gli dice, con un pizzico di malizia, " ma, don Argè', ditemi un po', è vero che presto vi mandano in un altra parrocchia?" "E si è proprio così, ormai qui mi c'ero affezionato, ci stavo volentieri". " Ci credo, ma anche voi però.... e si che siete già un po' in là con gli anni come me". "Ma non è colpa mia, vedete Alfredo, vo state a raccoglier l'uva e io passo qui sul sentiero, e non vi chiedo nulla ma se voi mi dite " ne volete un grappolo?" io vi dico di no una volta, due, tre ma voi insistete " e su, via, prendetene un grappoletto, assaggiatela che dolce come quest' anno non ce n'è mai stata". E uno che fa? Anche per non offendere accetta. Sapete che vi dico meglio sarebbe che mi mandassero in un paese di vecchie e che volessero tenere tra le mani solo il rosario!". "Ma che dite?" "dico che ormai son quasi vecchio e da qualche parte vorrei metter radici che troppi paesi ho girato. "
E Alfredo tace ma pensa tra di se" io l'uva mica te l'offro che tu saresti buono di chiedermi pure il vino".

lunedì 8 aprile 2013

i miei racconti: Era solo un pettirosso




Era solo un pettirosso



C'era un vecchio, dal corpo chino e dal volto scavato dai solchi del tempo e del sole che vangava il suo campo.
Sembrava quella vanga ogni anno farsi più pesante e quella terra argillosa divenire più dura.

Aveva, in quei freddi giorni di febbraio, un piccolo compagno; era un pettirosso che saltellava vicino a lui sul filare di viti ancora da potare.
 Era un ciuffetto di piume così piccolo che per quanto saltellasse su quei tralci aggrovigliati sotto il suo peso non si piegavano.
Il vecchio ogni tanto cantarellava il ritornello d'una vecchia canzone ; era l'unico motivo che da sempre gli sentivo cantare.
 Ogni tanto rivolgeva due parole a quell'uccelletto dall'aria impaziente. Quando l'uomo era stanco si sedeva sul margine del campo, dove il terreno era rialzato e si avvolgeva un po' di tabacco in una cartina, così mentre lui fumava, il pettirosso scendeva dal filare e si aggirava tra le zolle appena smosse in cerca di lombrichi.

Quando il vecchio riprendeva a vangare il pettirosso volava sui tralci e lo seguiva da vicino senza paura.
Poi un mattino, quando camminava sul sentiero tra i castagni, sentì uno sparo che proveniva dal suo campo.
Quando arrivò vide nel terreno, che i giorni prima aveva arato, un cacciatore che raccoglieva da terra un uccelletto.
Senza affrettare il passo quel vecchio s'avvicinò e guardandolo, con voce calma e triste gli disse:
"Hai fatto un bel lavoro, ora dimmi, cosa ci fai?"

Il cacciatore, che sovrastava quell'ometto di due palmi reggeva nella mano aperta il pettirosso, quel batuffolo tiepido e senza peso col capo che ciondolava dalla mano s'era fatto pesante come un'accusa.

 Avrebbe preferito, quel cacciatore che il vecchio si fosse messo ad urlargli contro per averlo trovato nel suo campo, allora se ne sarebbe andato imprecando, avrebbe voluto buttar via quell'uccelletto eppure la sua mancanza di risposte e la tristezza di quel vecchio sembravano trattenerlo lì!

Quell'ometto tese la mano e gli disse:
" dallo a me".
Solo allora, senza dire una parola, il cacciatore se ne andò.

Mio padre, che nei suoi ottant'anni aveva visto ben altre tragedie, con la punta della vanga sollevò una zolletta di terra ai piedi del ciliegio selvatico, prese l'uccelletto che aveva posato in terra, gli passò diverse volte un dito sul petto e lo seppellì.

 Mettendosi di nuovo a fumare disse:" Era solo un pettirosso!".

Eppure le mattine dopo, mentre terminava di vangare il suo campo non sentii più mio padre cantare. 

venerdì 5 aprile 2013

i miei racconti: Un po’ più d’una strada, un po’ meno d’un paese




Un uscio si schiude, ne sporge una mano che sorregge una catinella e ne riversa in strada il contenuto d’acqua saponata che viene subito assorbita dalla terra arsa lasciandovi una macchia scura.

Una finestra s’apre al piano di sopra, una donna si sporge e con una forchetta raschia i pochi avanzi della cena buttandoli giù nella strada. Subito accorrono tre o quattro galline mentre il gallo con voce chiocciante le invita a mangiare. Anche un gatto s’avvicina ma il gallo gli si para davanti con fare minaccioso. Il gatto per un momento rimane lì incerto e poi s’allontana per cercar prede tra i muri di pietra della vigna che ha inizio là dove la strada termina.

Il gallo impettito sale sul muretto che costeggia la strada e si mette a cantare .

Marta si sveglia e guarda nello specchio dell’ armadio il profilo del suo corpo disteso nel letto,
scoperto fino ai fianchi.
 Con un piede spinge le coperte in fondo al letto e osserva soddisfatta l’intero profilo del suo corpo nudo. Poi le torna in mente che negli ultimi giorni, avvicinandosi allo specchio ha cominciato a notare sul viso la comparsa di piccoli segni che tra qualche anno si trasformeranno in fonde rughe.

Marta non conosce uomini giovani e il tempo passa. Tra poco sua madre dalla cucina la chiamerà per andare a lavorare nei campi e Marta indispettita si tira le coperte fino al collo.

Sulla strada sferragliano le ruote cerchiate del carretto che Arma,’ vecchio e curvo ,si tira dietro; va a prendere il letame nella stalla in fondo alla strada. 

Anche il passaggio giornaliero di quel carretto lascia ai lati della strada dei solchi che negli anni si fan sempre più fondi.

Mentre Marta sta per godersi gli ultimi momenti di sonno si gira su di un fianco e pensa che presto se ne andrà in un grande paese dove ci son tante strade, dove ci son tanti uomini.

lunedì 25 febbraio 2013

i miei racconti: Un giorno di fine maggio


Un giorno di fine maggio Ugo da sopra il poggio staccava piccoli rametti con ciliegie mature e li buttava alle donne che stavano lavando i panni.

Cadevano sempre nel’ acqua saponata della pozza e dopo averle afferrate, prima di mangiarle andavano a lavarle sotto il fresco getto della fontana.

Ugo guardava curioso l’Ofelia mentre si sbracciava per afferrare i rametti e staccava con la bocca golosa i frutti.

Quando pure lui fu sazio di ciliegie scese dal’albero e s’appoggiò con la schiena al tronco.

Mentre le donne con le mani stavano lavando i propri panni e con la bocca quelli di tutto il paese Ugo s’addormentò.

 Ad un tratto sentì lungo la gamba sinistra una specie di freddo formicolio e davanti a lui seduta nel fieno da tagliare c’era l’Ofelia.
La sua piccola mano fredda e bagnata gli saliva, piano piano e insicura ,lungo la gamba.

 Era una mano che accarezzando graffiava un po’e quel salire lento ,freddo e leggermente graffiante l’eccitava .
Quando la mano raggiunse l’inguine fu proprio l’eccitazione che svegliò Ugo.

Si rese subito conto d’esser solo ma qualcosa di freddo stava lì aggrappato alle sue parti intime, s’alzò in piedi e si calò i pantaloni bestemmiando.

 Ugo era in piedi ,nudo e imprecante perché un grosso ramarro gli stava lì ed era spaventato non meno di lui cosa che per staccarlo lo costrinse ad armeggiare un po’.

 Le donne che lo videro toccarsi in quel modo non avevano capito pensavano a gesti chiaramente osceni.

Chi facendosi il segno di croce e chi dandogli dello schifoso si presero i  propri panni lavati e da lavare e se ne tornarono in paese.

 Solo l’Ofelia era rimasta lì, dritta e immobile a fissarlo, a tenerla bloccata non fu la paura ne lo schifo,come si disse poi; fu semplicemente la curiosità ,perché l’unica nudità maschile che avesse mai visto era quella dei bimbi piccolini e mai quella di un uomo eccitato. 

La notizia arrivò in paese assieme alle donne e presto tutti ne furono a conoscenza.

La mattina dopo , di buon ora, il padre dell’Ofelia fermò Ugo che si stava recando alla cava.

Cominciò a imprecare e minacciare, nonostante l’altro cercasse di spiegargli l’accaduto, l’uomo non intendeva ragione e l’accusava d’aver turbato l’innocenza della figlia e d’averla spaventata.

Quando il padre dell’Ofelia tirò in ballo le autorità e il tribunale già sapeva l’effetto che la cosa avrebbe fatto ad Ugo; uomo tranquillo e senza vizi.

Da quando era morta sua zia il giovane viveva da solo,orgoglioso soltanto d’avere in paese il più numeroso e bel gregge specialmente dopo aver acquistato in Garfagnana tre pecore gravide e di buona qualità .

Furono proprio quelle tre pecore migliori che volle il padre dell’Ofelia per mettere a tacere le cose .

Fu cosi che l’Ofelia sempre più curiosa e sempre meno innocente qualche anno dopo quando andò in moglie ad Ottavio gli portò in dote nove pecore di buona qualità.