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giovedì 8 settembre 2022

La mia cucina toscana

 


(non sò perché ha iniziato a scrivere in rosa)


Cucina toscana perché vivo in Toscana, nell'alta Versilia terra di cavatori dove nulla veniva sprecato,,,qui non troverete le classiche ricette della cucina toscana. Il pesce, eccetto il baccalà, non raggiungeva questi paesi collegati alla pianura da antiche mulattiere. Il cibo era solo quello di stagione e per la maggior parte era costituito da farina di castagne e di granturco, prodotti dell'orto ed erbe selvatiche....qui in tanti sono morti senza mai aver mangiato una bistecca. A me piacciono i vecchi sapori e spesso cucino vecchie ricette che poi condivido....anche se alcune ricette fatte con prodotti che non produco ma devo acquistare hanno tutt'altro sapore


E poi cucina toscana perché è qui che oltre a cucinare scrivo e faccio tante altre cose

venerdì 22 novembre 2019

i miei racconti: il respiro della terra









Ho imparato la storia dai vecchi cavatori dalla pelle arsa dal freddo e dal sole...l'ho imparata dalle sagge donne analfabete.

Ho imparato la mia religione dal respiro della terra....

Ai piedi di cattedrali di marmo, superiori ad ogni sogno umano, dove s'incrociano canti e voli tra le fronde che piovono gocce di sole sui muschi dissetati.

Non ho mai dimenticato un profumo, una pietra, un nascosto sentiero della mia terra....ma molto ho dimenticato dei libri di scuola


giovedì 21 febbraio 2019

le donne dei cavatori



Anche se avevano litigato di brutto e la notte s'erano coricati voltandosi le spalle...
la moglie di un cavatore non lasciava che il proprio uomo varcasse la soglia dell'uscio senza
salutarlo, sapeva il rischio che correva lavorando in cava "sotto il pericolo ".
Non c'erano baci o abbracci ma il saluto era quello di ogni giorno, sempre uguale:
"Fa' ammo' " ("Fai attenzione")
E l'immancabile risposta era sempre la stessa:
"Un ti preoccupa' "   (" non preoccuparti")
Poi capitava che un suono di "bucina" prolungato creasse in paese il panico come una scossa di terremoto che faceva uscire tutti di casa e arrivare in paese chi era nei campi...

Solo una parola si udiva: "Chi è?".

Qualcuno...marito o figlio non sarebbe tornato

domenica 21 ottobre 2018

lunedì 9 ottobre 2017

una mattinata nei boschi (6 foto


Ogniuno si ricarica come può..

c'è chi va in farmacia a prendere integratori...chi in palestra...

io lo faccio andando nei boschi ....ci sono sempre andata...

da piccola passavo ore seduta sotto ai grosi castagni e se erano cavi andavo al loro interno


Ho camminato per ore senza meta partendo dal basso





fino a ritrovarmi quassù sulla via dei cavatori

dove passavano gli uomini per recarsi alle cave delle Cervaole




ancora nel sottobosco ci sono more immature








per giunger fin qui ho attraversato zone dove eriche intricate e alte fino a cinque metri  erano talmente fitte che mi costringevano a tornare sui miei passi




                                              Ed alberi tanti alberi di castagno caduti a terra


                                    Quello che mi piace di questi boschi è che non c'è mai nessuno

giovedì 1 giugno 2017

i miei racconti: confessione di un cavatore



Un cavatore era tormentato da un dubbio...

Dal dubbio se avesse fatto un peccato oppure no....si dicea che era giusto però sentia una voce che gli dicea di no.

Così per levassi quel dubbio s'ando' a confessà

" La mi' moglie avea compro du' fiette di coppa per dalle a' bimbi e io la matina presto me le son misse nel tascapane e me le son porte alla cava e quando è sona la mezza me le son mange con un pezzo di pane.....

Ma dopo ho comincio a pensà a mi' bimbi e mi pare d'ave fatto un peccato, però loro stano in casa e io c'ho d'anda' fin lassu  alla cava e lavorà tutto il giorno, ogni tantò un po pò di sostanza per dammi forza mi ci vole"

Il prete ci penso un momento e po' gli disse:

" te pensi che i bimbi un fano nulla è? Allora per penitenza ti dico che domatina, tanto è festa e un cava un ci vai, senza di nulla a nimo, quando si levino i tu' figlioli devi fa tutto quello che fano loro fino a buio"

Così il giorno dopo la gente guardava quell'omo grand'e grosso che saltellava, si arrampicava, si nascondeva e urlava tirando calci a una palla sgonfia.

Pensavino tutti che era ito fori testa.

Arrivo la sera e quando stracco morto si stese nel letto penso:

"Son più stracco che quando ho lavoro tutto il giorno in cava

sabato 26 luglio 2014

ragnatele come garze

                        Queste non sono le ragnatele della   mia cucina, ma guai a chi me le tocca.


Una volta i cavatori, o chi lavorava nei campi quando si feriva, dopo aver lavato la ferita con l'urina la fasciava con questo tipo di ragnatele piene di polvere ,eppure non ho mai sentito dire che qualcuno abbia avuto un infezione.

                                                   


sabato 8 marzo 2014

muri a secco









Guardate questi muri a secco fatti dai cavatori chi sa quanti anni fa, anche le persone anziane m'hanno detto di averli sempre visti cosi. Probabilmente dureranno per molti anni ancora, più dei muri in cemento armato.

giovedì 6 marzo 2014

i miei racconti: cavatori



 La fretta del tempo tante cose ha portato via; nei nostri paesi più non si vedono cavatori.

 Passavano al mattino presto, con il passo reso pesante dagli sgroi con le suole di legno chiodate per farle durare  più a lungo.

 Passavano sotto le finestre al mattino presto con vecchie giubbe e il tascapane a tracolla con un po' di pane e lardo o qualche ciaccio preparato la sera prima.
Avevano il viso scurito dal sole , braccia e spalle forti, la loro palestra era fatta di marmo e pesanti mazze.


sgroi =scarponi in cuoio con suole di legno chiodate

ciacci = una specie di cialde fatte con farina di castagne ed acqua, cotte tra due testi di ferro sopra il fuoco del camino

lunedì 13 gennaio 2014

vecchie foto: cavatori anni 60



questi sono cavatori agli inizi degli anni 60
privi di ogni elemento di sicurezza , come si vede alle loro spalle stavano lavorando ad un tunnel
che avrebbero poi fatto esplodere.

cava di bardiglio sotto il paese di Fabbiano

Giulio, Gino, Olintino, Leopoldo

domenica 12 gennaio 2014

i miei racconti: La vedova di Pietroduro


                                                                                                            



La vedova di Pietroduro


Lo chiamavano Pietroduro, non tanto perché fosse duro di comprendonio, ma perché fin da quand'era piccolo, nessuno era riuscito a fargli fare  qualcosa che a lui non piaceva.

Anche quella mattina Arturo, che era il capo - cava di quei sette operai cercava di convincerlo a mettersi il casco prima di salire in tecchia, così come stabilivano le nuove leggi di sicurezza.

" Mettiti quel casco, che se succede qualcosa ne vado di mezzo io " Gli diceva Arturo.

" Noe!!" gli rispondeva Pietroduro "Io quella pentola lì in testa non mi ce la metto, un mi vorrai mia fa coce il cervello con questo sole? Piuttosto mi ripiglio la giacchetta e vado a casa!!"

"Quanto a cervello, non c'è pericolo perché in quella testa lì un ce n'è mai passato". Disse Ugo ,magro ,lungo e pelato che stava appoggiato ad un blocco di marmo con una sigaretta messa di traverso, ed aveva smesso di lavorare per ascoltare i due ".

Pietroduro gli rispose con un gestaccio, poi si rivolse verso il capo e gli disse "Quest'altro giovedì venghino in cava quelli dell'assicurazione a fa un controllo a "sorpresa" sulla sicurezza, quando Arma' va a prenderli con il motocarro, vol dire che me lo metto tanto che ci stanno loro."

" Va via testone duro, fa come ti pare" gli disse Arturo.

Ma si vede che a ciò ch'è scritto nessuno scappa e Pietroduro colto in piena testa da un sasso, rimase lassù a mezza tecchia penzoloni come un ragno .

Mai in paese s'era vista una vedova disperarsi tanto e così a lungo come quella di Pietroduro.
Una settimana dopo la sepoltura, in cava , durante la colazione, gli uomini erano seduti in baracca ed Arturo disse:
 " O ragazzi ci sarà da fare una colletta per la famiglia di Pietro "

Ma gli uomini non risposero e qualcuno abbassò lo sguardo; erano tempi duri e "la mesata" non era mai sicura.

Arturo si rivolse nuovamente agli uomini :" Sapete che si fa? S'attacca un tascapane al chiodo, qui in baracca e questi giorni ognuno mette quello che può, magari si dice anche a quelli della cava vicina.

Poi sabato si porta tutto a Gioele, il su fratello, perché io a portalli alla Rosalba un me la sento; un c'ho il coraggio!" E così rimasero tutti d'accordo .

Gioele, fratello di Pietroduro, e sua moglie Ida erano preoccupati perché la cognata tutte le sere andava al cimitero e tornava a casa che faceva notte, temevano che  commettesse qualcosa d'irreparabile, così decisero di seguirla di nascosto.

Quando la Rosalba Chiuse la porta e si avviò fuori paese per la mulattiera che conduce al cimitero sulla collina, loro la seguirono.

Il cancello del cimitero non veniva mai chiuso tanto a cosa sarebbe servito? chi stava fuori, la notte non aveva alcuna voglia di entrarvi e chi vi stava dentro non ne usciva.

Gioele e la moglie videro la Rosalba che metteva nel  vaso qualche fiore senza mettere l'acqua, eppure come ogni sera, uscendo di casa aveva preso anche una bottiglietta d'acqua.

 La vedova prese subito la via del ritorno verso casa ma quando arrivò a metà strada, si diresse verso i campi e lì c'era qualcuno che l'attendeva e non per fare dei discorsi.

Mentre la moglie di Gioele si faceva un segno di croce dietro l'altro, il marito gli faceva segno di stare zitta che voleva riconoscere l'uomo.

I due, poi si misero a parlare e la Rosalba tirò fuori dalla tasca un pacchetto di tabacco e le cartine che dette all'amante, gli porse pure la bottiglia che certo non conteneva l'acqua per i fiori.

Gioele, gattonando s'era avvicinato e nascosto da un cespuglio, se non vedeva chiaramente la faccia riconobbe però a chi apparteneva la voce.

Il sabato sera Arturo con Stioppo andarono a casa di Gioele portando con se quel poco di soldi che quasi di nascosto gli uni dagli altri, avevano messo nel tascapane.

I due un poco si scusarono per la piccola somma raccolta e fu a quel punto che Gioele disse: "

Sapete?! Avevo deciso di non parlarne con nessuno, ma adesso devo dirlo, perché quei soldi lì a coscienza non li poso portà' alla mi' cognata che c'ha un omo ed a quello che ho capito è un bel po' di tempo che mettea di mezzo il mi' fratello. è più giusto che ognuno si ripigli quello che è suo e che non vada a finire in vino e tabacco per quello lì, che lavora nelle cave dell'Altissimo e riscote tutti i mesi".

Ridare a ciascuno ciò che aveva versato non era cosa facile, qualcuno si sarebbe vergognato a dire quanto poco aveva messo nel tascapane.

Fu cosi che gli uomini, su consiglio di Arturo decisero di farci una cena al baretto del paese.

Quella sera, tra un bicchiere e l'altro, mangiando polenta e baccalà andavano avanti con: " Ti ricordi quella volta che Pietroduro......."

" Altro che se me lo ricordo! Di duri così un ne rinasce...pero che core grande che aveva! "

E così via discorrendo.

Nessun altro in paese fu mai commemorato con tanto affetto e simpatia, e perché no, anche con gratitudine per quella cena.








lunedì 25 novembre 2013

i miei racconti: sulla via dei cavatori



Il lavoro su in cava era terminato e nel pomeriggio gli uomini facevano ritorno verso casa.
Lungo la strada si divertivano a punzecchiare con battute pesanti un ragazzetto che da pochi giorni lavorava con loro alle Cervaiole. Solo il padre del giovane stava zitto, sorridendo soddisfatto di come il suo ragazzo rispondeva; con rispetto ed astuzia. Non metteva alcuna parola in difesa del figlio; per tutti loro era iniziata così.
Arrivati al bivio, i cavatori, si divisero in due gruppi per dirigersi verso i rispettivi paesi.
Lorenzo, dopo aver percorso un tratto di strada con i paesani li salutò con un cenno e prese un sentiero che s'incrocia alla mulattiera dirigendosi verso un altro colle.
Andava in cerca del branco di capre che vi aveva lasciato al mattino, per ricondurle alla stalla che si trovava poco distante dal paese.
Vide da lontano una bimba che dopo aver buttato a terra il fascio di legna che portava s'era messa a correre, senza fare attenzione a dove posava i piedi.
Lorenzo la guardò con preoccupazione; doveva fermare quella corsa perché più avanti, nel tratto che lui aveva appena attraversato, il sentiero uscendo dal bosco, è intagliato nelle alte rocce e bisogna procedere con cautela poiché una caduta da quei precipizi sarebbe fatale a chiunque.
Nella ragazzina che gli si stava avvicinando sul sentiero riconobbe la Ida, figlia di un suo paesano e compagno di cava.
La bimba non l'aveva visto e praticamente gli andò a sbattere contro, lo guardò per un attimo ed avendolo riconosciuto gli s'aggrappò al collo piangendo, spaventata.
"Cos'è accaduto, perché hai paura" Le chiese. Solo dopo un po', mentre era ancora scossa dai singhiozzi riuscì a dirgli " Mi fanno sempre portare dei carichi pesanti, mi dev'esser scoppiato qualcosa dentro; perdo sangue".
Lorenzo era un uomo di trentasei anni, uomo dalla battuta facile mentre ora, avendo capito di cosa si trattava, non sapeva cosa dire, ma doveva rassicurarla.
Lui che era sposato, senza figli in quel momento si sentì padre; e del padre conobbe tutta la tenerezza, la voglia di proteggere e l'imbarazzo che ha un uomo davanti ad una bimba che si fa donna.
" non darti pensiero" Le disse ." non lo dire a chi incontri, va a casa dalla mamma che lei ti spiega tutto, e mi raccomando non correre".
Senza aggiungere altro, Lorenzo le mise in mano  il fazzoletto che s'era tolto di tasca, fazzoletto con cui s'era per tutto il giorno, mentre stava lavorando, asciugato il sudore dal viso.
Senza dirsi altro proseguirono sullo stesso sentiero ma in direzioni diverse.


     Da un mio racconto




venerdì 13 settembre 2013

i miei racconti: la macina

La Macina


è una giornata piovosa e sto qui, in cantina, ho voglia di silenzio.

Davanti a me ho un tavolo il cui ripiano è una vecchia macina di mulino e come una ruota d'orologio ha scandito tane vicende della mia famiglia.

Mio nonno , così orgoglioso del suo mulino, arrampicato sulle rocce che costeggiano il rio in novembre e dicembre sempre gonfio d'acqua necessaria per la macinazione delle castagne ormai pronte dopo il lungo periodo d'essiccazione nel metato.

Ricordo quel viottolo che entra ed esce dai castagneti, in parte tagliato nella roccia e la gente che lo percorreva quasi in processione con i sacchi delle castagne secche, portati dalle donne sul capo e dagli uomini sulle spalle.

Al mulino veniva gente dai paesi vicini ed era un'occasione per scambiarsi notizie.
 Noi ragazzi l'estate, quando i genitori nelle ore più calde andavano a letto si scappava per andare nel canale ad infilarci in quelle pozze ombrose e fredde che s'erano formate dove l'acqua scendeva in piccole cascate.

Di quel mulino ricordo la stanza con le due macine, il via vai di gente, cinghie piene di polvere, tutto era impolverato, le persone, le ragnatele e soprattutto il nonno che ogni tanto scrollava la testa , sempre infarinata.
  Era una polvere che potevi assaggiare, dolce di farina di castagne.

I nonni nel periodo della macinazione abitavano al mulino, al piano di sopra c'era un unica stanza con il pavimento di tavole sconnesse e quando il nonno riposava era la nonna che lavorava al piano di sotto.
 Quando le macine cambiavano rumore perché la farina si stava riscaldando troppo, il nonno si svegliava di botto e attraverso quelle tavole sconnesse gridava alla moglie che stava nella stanza di sotto tutto il repertorio di parolacce e moccoli che conosceva.

 Ma lei che era sorda non lo sentiva allora lui scendeva giù per la scaletta di legno e la cacciava fuori a forza di gestacci.

Però io alla sordità della nonna non ci credevo tanto perché la domenica alla messa rispondeva senza mai sbagliare e poi era sorda solo quando il nonno era arrabbiato, forse era il suo modo per non litigare con il marito.

Ci fu un autunno particolarmente piovoso e in quegli ultimi tre giorni aveva piovuto come non s'era mai visto e quella notte ci s'era messo anche un forte vento.

I nonni erano in paese quando i rami e il terriccio avevano formato nel rio, su a monte,uno sbarramento che sotto la forte spinta dell'acqua aveva ceduto improvvisamente facendo precipitare in basso una cascata  di pietre , rami,  fango ed acqua e pure il mulino di cui era rimasto in piedi soltanto il muro posteriore con porta e finestra.

Giù in basso, vicino al sentiero, bloccata nella sua corsa da un grosso castagno era rimasta una macina.

Seguirono giorni tristi e il nonno spesso s'incamminava sul sentiero con il suo cappello logoro e la sua figura curva che si appoggiava ad un bastoncello. Andava a sedersi presso il canale sulla sua macina.

Credo che mio padre in quel periodo, poco cristianamente, si sia preso la sua vendetta.
Il nonno non gli aveva mai perdonato a lui cavatore con lavoro saltuario d'aver messo incinta la figlia maggiore portandogli
" il disonore in casa ".

Ho sentito una volta mio padre dire al nonno : "perché non ci dite ora  che voi avete il mulino e il pane sicuro mentre io vivo alla giornata ?
  è inutile che andate a sedervi sulla macina se io fossi nei vostri piedi me la legherei al collo e mi butterei dove l'acqua è più fonda ".

La mamma spesso dopo la perdita del mulino di nascosto dal babbo mi mandava a portare un po' di cibo ai nonni.

Poi un giorno il nonno fu trovato morto nel canale, dissero che ormai vecchio e con il passo malfermo vi era caduto.
 Ma crescendo ho creduto che vi si fosse buttato perché il pane chiesto ai figli ,per lui tanto orgoglioso, si faceva ogni giorno più amaro.

Diciotto anni, forse un po' meno, rivedo me stessa non bellissima ma giovane , forte e piena d'amore per questa terra che tanti cominciavano ad abbandonare. Me ne scappavo ogni pomeriggio vicino al sentiero a sedermi sulla macina nascosta tra le fronde dei castagni.
 Aspettavo che passassero sul sentiero i cavatori perché in quei giorni  veniva su dalla pianura per lavorare nelle cave un ragazzo alto e con i capelli chiari ; non ho mai visto bene il suo volto, ma la sua schiena si, quella la ricordo bene.

 Mi sembra ancora di vederla ampia e muscolosa con la camicia che il sudore vi faceva aderire disegnandovi al centro una striscia bagnata e scura. Ricordo le sue gambe lunghe e le sue risa mentre passava sulle pietre per attraversare il canale.
 Gli altri cavatori avevano un passo diverso , c'era nel loro camminare tutta la stanchezza d'una giornata di duro lavoro, ma lui no, sembrava appena uscito di casa.

Un giorno anche quel sentiero è scomparso, sono venuti uomini con i picchetti e dopo poco sono arrivate le ruspe per fare la strada che collega i paesi dei monti alla pianura.

Ed è proprio su quella strada che con un trattore e braccia robuste è stata portata nella mia casa la macina e ne abbiamo fatto un tavolo.

Vi passo sotto la mano; sento la forma di un cuore inciso da due innamorati prima di celebrare nel bosco le loro nozze segrete.