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mercoledì 17 luglio 2024

I miei racconti "la golpina"

In paese la chiamavano la "golpina" (piccola volpe) non perché era minuta ma perché era furba se le facevano una domanda che la riguardava rispondeva con un altra domanda che nulla aveva a che vedere con quanto le veniva chiesto. Un giorno tre tedeschi cercavano un partigiano rovistando stalle e abitazioni del paese e dintorni. La "golpina" l' aveva nascosto sotto un cumolo di fieno, arrivarono i tedeschi con armi spiegate e le chiesero : "dov'è partigiano" e la "golpina" fingendo di aver capito male gli rispose: "Parmigiano? E chi lo pol mangià? Io mangio solo il pecorino delle mi' pecore, e mia lo posso comprà!" Uno dei tedeschi che parlava un poco d'italiano con un dito si toccò la tempia pensandola pazza e se ne andarono. Fu così che salvò la vita a quel ragazzotto del paese vicino

giovedì 23 settembre 2021

i miei racconti: La Cate' e i numeri del lotto

Le du' sorelle

 La Mari' stava al pozzo a lava' du' cenci quando sula mulattiea vidde sbucà la su' sorella con un mazzo di garofani,

"O te e come mai sei qui?

E che m'hai porto i fiori....un sono mia anco morta!"

"O bischera" Gli disse la Cate'

"Un l'ho mia porti a te....l'ho porti al tu' marito"

"Al mi' marito?!....Ma s'un sei venuta gnanco al trasporto!"

"Eo m'è apparso 'n sogno e m'ha datto i numeri....l'ho giochi a lotto e ho vinto una bellezza di quattrini"

"E mozza allora c'è da fa' a mezzo"

"E davero po' i numeri l'ha datti a me mia a te!"

"E lo sai che io ho sempre dormito sodo....si vede che un lo intendeo"

"Sivve te hai sempre dormito come un tasso gnanco da vivo ce la facea a svegliatti....io 'nvece aveo il sonno leggero"

"Brutto rospo, battezzato col fiele di foglionco....sorti di qui perchè ti piglio a cenciate nel muso.....

Ora ho capito!!!!....E brava la Caterinetta c'un l'ha mai tenuta stretta!"

domenica 13 dicembre 2020

I miei racconti: il flauto e il serpente crestato (seconda parte)

                          Il flauto e il serpente crestato ( 2 )


La Rosalba fin da piccola aveva sempre portato due

 trecce che ormai erano quasi completamente


bianche e lunghe fino ai fianchi.

Era una donna buona e laboriosa, spesso si recava da Anselmo, anche a lei come ai bimbi  piacevano le storie che lui inventava.

La Rosalba oltre a coltivare il suo orto passava  gran parte del tempo a fare intrecci...Intrecciava i salici più sottili e le ginestre per fare cestini con cui i bimbi andavano a raccogliere mirtilli e fragoline di bosco, intrecciava gli scarti della canapa e ne faceva corde per legare il fieno e la legna.

 Con le cortecce e i polloni dei castagni, usando scaldarli sul fuoco faceva cesti, gerle e qualche piccola culla.

Una volta all'anno arrivava in paese un uomo con un'asino...veniva a prendere pure le pipe di Anselmo e gli oggetti migliori intrecciati da Rosalba che poi vendeva giù in pianura, in cambio lasciava riso, zucchero, fiammiferi, sale e fiammiferi o tessuti dai colori vivaci.

Un giorno la Rosalba arrivò in casa di Anselmo, la cui porta era sempre aperta, ai suoi piedi posò un grosso cesto per contenere la legna ed una gerla che gli sarebbe stata utile lasciandogli le mani libere mentre andava nei boschi a raccoglier radiche d'erica per fare le sue pipe.

Siccome in paese si usava il baratto ,Anselmo con un cenno del capo le indicò la vecchia madia dicendole di prendersi ciò che voleva, sopra la madia c'erano mestoli e ciotole di tutte le misure, candelieri intagliati ed altre cose utili per la casa.

Ma quando la Rosalba che aveva un buon udito ma non parlava gli indicò ciò che voleva, Anselmo rimase molto sorpreso....

(continua)

domenica 4 ottobre 2020

i miei racconti: in pace col suo corpo


                                                            


La Luna sembrava appesa ai rami spogli del grande noce

la Giulia se ne stava sotto le coperte e come spesso le accadeva, in quelle notti che la luna illuminava la stanza, tardava a prender sonno.

Si passò una mano sulla pancia che nonostante gli anni e i due figli ormai grandi, era ancora in forma.

Pensava con gratitudine al suo corpo che ancora era sano, forte e poteva muoversi bene senza acciacchi

Quel corpo che in gioventù odiava e aveva cercato di distruggere,

Pensava alle due amiche, quando eran giovani e snelle che facevan figura anche vestendo uno straccetto e belle lo erano anche con il passar degli anni

Non non le invidiava gli voleva un gran bene...

Avrebbe voluto anche lei quella magrezza...quella fragilità

Troppo grande e muscoloso era il suo corpo l'unica cosa che gli piaceva era il suo seno

E poi...e poi era arrivata quella bestiaccia di male ed in pochi mesi s'era prese tutte e due le sue amiche.

In seguito tanti pensieri ed anche paura affollarono la sua testa

Ci volle tempo ma niziò a vedere tante cose in modo diverso....a far pulizia spazzando dalla sua vita tutto quello che era inutile.

A star bene da sola...a rovistare nel passato senza paura....accettare anche i suoi errori.

Saliva fin lassù dove le rocce ripetono il grido del falco e mentre la fatiga si aggrappava ai suoi passi il suo animo si quietava.

E fece pace con quel corpo che non l'aveva mai tradita nonostante tutto...



mercoledì 14 agosto 2019

il rastrello si racconta




Eccomi qua...sono un vecchio rastrello, ultimamente mi riposo spesso ma ho avuto una vita di lungo lavoro.
Ho spianato e liberato dalla gramigna la terra vangata....

Ho rastrellato il sottobosco dei castagneti preparandolo per la raccolta delle castagne

Ho ammucchiato e sparso letame nei campi.

Quanti manici mi hanno cambiato!...
Sempre fatti con giovani polloni degli alberi...spesso di castagno ma quelli più duraturi erano di frassino.

Mi comprarono un freddo giorno di febbraio alla fiera di S. Biagio e lo stesso giorno portarono qui pure un maialino....ormai sparito dalla mia vista da quasi un secolo.

Un giorno son passato in mano a gente più giovane....si lamentavano perché ero un po' piccolo e ne comprarono uno grande e leggero in alluminio.

Dopo poco lavoro quel rastrello aveva tutti i denti storti bastava poco per piegarli e così tornai a lavorare

Ultimamente lavoro meno...non vado più nei boschi ormai abbandonati a se stessi e nemmeno ammucchio fieno...devo dire che il profumo di quest'ultimo mi manca.

Rastrello il terreno dell'orto e lo sfalcio dell'erba.

Sono sempre stato docile nelle mani delle persone ma sono permaloso.

Guai se mi mettono a terra nel modo sbagliato....basta che un piede mi sfiori ed io colpisco tanto velocemente che nessuno si salva...

Dove colpisco?...Colpisco sempre in mezzo alla fronte!

E vi assicuro che chi ha ricevuto il mio manico in testa una volta non se lo dimentica e mi metterà sempre nella giusta posizione


mercoledì 31 ottobre 2018

I miei racconti: Contimi una fola

                                           
                                                       Contimi una fola


Mamma ho freddo

Entra nel mi' letto

Mi conti una fola...

Sono stanca dormi ch'è tardi

Contimi una fola

Ormai sei grande e a le fole un ci credi più dormi

Se un mi conti una fola un mi risce dormi'

Sai... unvece che 'na fola ti conto una storia vera...

Erimo rientri dallo sfollamento e la gente un avea più nulla da mangià...qel che un aveino preso i nemici se l'erino preso gli amici.

Un giorno seppi che tre donne scendeino a valle a vede' se dai contadini poteino ave' qualcosa da mangia'...

C'era miseria nera ma non si chiedeva elemosine...si cercava di barattare quel che si avea così una donna portava con se du' paia di calzerotti di lana di pecora, una portava un paio di zoccoli che il su marito avea fatto con il legno di pioppo e la terza avea un pezzo di ruvida canapa lavorata al telare.

Un voleino portammi con loro perché il viaggio era lungo e io ero piccola ma tanto insistetti che mi dissino di si...anche perchè ero avvezza a camina'...io un portavo nulla, solo la mia curiosità e quel logorio della fame che un mi lasciava mai.

Durante la discesa, lungo la mulattiera nel bosco saltellavo come un capretto impaziente.

Si camminò tutta la mattina e giù c'erano tanti campi e pure dei soldati.

Arrivommo a una casa di contadini e dopo aver risposto alle solite domande....come vi chiamate, da dove venite e così via...

Ci fenno entrà in casa  e visto che era quasi ora di mangià ci feno fermà con loro,
erino un tanti che cominciaino a entrà in quella cucina... vecchi e ragazze...mancaino i tre giovanotti, dissero che stavino a combatte su in montagna

Un mi scorderò mai quella scodella di tagliarini con i fagioli e un pezzo di frittata alta du' diti che mangiai.

Dettero alle donne della farina di grano e pure a me ne dettero e dalla contentezza mi misi a piangere.....Quant'era che un piangeo!...Aveo smisso di piange forse per gli spaventi della guerra...forse per la tanta tribolazione...

Loro la misero nella sacchetta di tela che aveino portato....a me la misero nel fazzoletto che portavo in capo per ripararmi dal freddo...e un c'erino mia le borse di plastica!

Dopo che ci fummo riposate  pasciute ed aver ringraziato c'inviommo verso casa che la via da fa' era lunga

Per risparmiare un po' di tempo come ci avevano consigliato si fe' un'altra via

Arrivommo duve c'èra un fosso pieno d'acqua e per attraversallo c'era da passa' sopra delle tavole di legno

Qundo sentitti quei tavoloni che si muovevano ebbi paura e il mi' fagottello di farina finitte nell'acqua...

Pensando di recuperarlo scesi in acqua anch'io

Le donne mi chiamavano...io piangevo e due soldati vennero sull'argine...mi allungavino una mano...ma io mi allontanavo

quei due mi facevano capire che non dovevo aver paura...

Io un aveo paura ne di loro ne  del torrentello ero disperata perché vedevo l'acqua farsi bianchiccia e scorrere via assieme alla mia farina.

Quando fui sull'argine le donne che erano con me mi fecero andare tra delle canne e quando mi fui spogliata dei cenci zuppi d'acqua mi avvolsero con i loro pesanti e grossi grembiuli perchè un pigliassi freddo...

La via verso casa mi sembrava che un finisse mai....e quando da lontano vidi le case del paese mi prese tanto sconforto pensando al mio "tesoro" perduto

La mi' mamma fe' entà un casa quelle donne che m'aveino porto con se

La più vecchia di loro prese una scodella che stava sull'acquaio di marmo....la posò sul tavolino e ci mise un poco della sua farina e così, senza dire una parola fecero le altre

Erino altri tempi...




lunedì 8 maggio 2017

i miei racconti: dove i due azzurri si toccano




  (ultima parte)


E finalmente mi trovai allo scoperto..sopra di me solo il cielo ero in mezzo ad una distesa viola, d'erica in fiore.

Alle mie spalle un susseguirsi di montagne sconosciute e più erano lontane più sembravano azzurre.

Ma quando mi girai provai un senso di sgomento....un grande spazio aperto come mai avevo visto... era sparito l'immutabile e rassicurante abbraccio di monti che vedevo dal paese.

Vedevo una grande zona pianeggiante con tante case alcune distanti altre raggruppate viste da lassù potevano sembrare un gregge enorme.

Al di la di tutto quello spazio....

due azzurri che si toccavano divisi da una linea invisibile ma....possibile che quello fosse il mare?

Dove mio padre raccontava d'esserci andato una volta da ragazzo dopo una giornata di cammino.....

una massa d'acqua che si muoveva senza sosta.....

Cio che non potevo credere nel suo racconto era una distesa d'acqua che non si poteva bere, nelle mie conoscenze non c'era acqua che non si poteva bere.

Chi poteva dirmi se avevo visto il mare.....ma che importava.....visto da lassù era solo una striscia di cielo un po' più azzurro.

Ero stanca e un po' confusa non avevo mai pensato cosa ci fosse al dilà di quei monti che vedevo ogni girno.

Per un poco mi sdraiai lassù sospesa tra il finito e l'infinito e capii che quella non sarebbe stata l'ultima volta che sarei salita fin lassù.

Sono gelosa di quel luogo, ne ho bisogno!

Quando non può il corpo è la mia mente che ci giunge ripercorrendo ogni passo ogni odore e colore....




prima parte
http://raccontareunpaese.blogspot.it/2017/05/i-miei-racconti-dove-i-due-azzurri-si.html


seconda parte
http://raccontareunpaese.blogspot.it/2017/05/i-mie-racconti-dove-i-due-azzurri-si.html

lunedì 9 febbraio 2015

i miei racconti: France' e il Grinza

C'è nella piazzetta di paese un piccolo bar, tiene sul davanti un pergolato d'uva fragola quasi giunta a maturazione.
Sotto il pergolato ci sono tre tavoli intorno ai quali stanno seduti degli anziani.
In un angolo della piazza lastricata in pietra ci sono due galline evase da qualche orto vicino.
A delimitare la piazza c'è un muretto in pietra con una fontanella, e sopra il muro tre bimbe stanno giocando con due vecchie pentole ed una manciata d'erba stappata dal muretto.

Francé e il Grinza stanno seduti uno di fronte all'altro sotto il pergolato davanti a loro sul tavolo sta un fiasco impagliato e due bicchieri con del vino rosso.
Sotto il tavolo ci sta Lampo il cane del Grinza che segue il padrone ovunque.
" O Grinza, ma te l'hai sentita la tlevisione che ha ditto a mezzogiorno?"
" O Francé e chi la guarda più la tlevisione !"
"An ditto che il vino d'è cultura ".
" Allora...." Fa il Grinza "Uno di questi giorni si va a Pisa a fassi dà la laurea perchè noi due è una vita che si fa cultura".
"Eivve po'..." gli risponde l'altro" Caso mai volessino i testimogni a noi un si manchino".

mercoledì 30 aprile 2014

i miei racconti: potevi chiederlo



Troppe volte Cesare era arrivato su in cava dimostrando chiaramente d'aver bevuto  e così l'avevano licenziato. Era quello luogo dove si dev'esser lucidi ed attenti per non creare pericolo per se stessi e per gli altri, che la cava gia era un pericolo da sola.

Così l'Adele si ritrovò con il marito che non lavorava e tre bimbi da crescere, non c'erano soluzioni, non poteva andare in città e rimanervi per fare la serva, l'aveva già fatto prima di sposarsi ma  ora c'erano dei bimbi troppo piccoli e nessuno a cui poterli affidare.

Si arrangiava come aveva sempre fatto, raccogliendo castagne per farne farina, coltivando un po' di terra e o filando per altri un po' di lana.

Ma non bastava, quei ragazzi la notte si rigiravano nel letto perché la fame li teneva svegli.

C'era in paese un uomo la cui casa non mancava di nulla, nulla di quello che era necessario in quel tempo.
 Però era solo ed aveva, su in alto, distante dal paese un terreno che confinava con quello dell'Adele, tante volte percorrevano lo stesso sentiero per recarsi alle loro proprietà e si aprivano l'un l'altra alle confidenze così l'uomo che già conosceva la situazione della famiglia cominciò ad aiutarla.

A volte le dava un po' di formaggio, uova ed alto, a volte, su nella selva, le tagliava un po' di legna.

Quell'uomo si chiamava Lorenzo, era un brav'uomo aveva sempre lavorato fin da piccolo e per questo non era mai andato a scuola, ma  pur non sapendo contare, s'era accorto che il numero dei conigli nella stalla stava diminuendo.
 Per esserne certo aveva preso un fagiolo abbinandolo ad ogni coniglio: venti fagioli uguale venti conigli , ma la settimana dopo nella mano teneva più fagioli che conigli.

Finché un giorno trovò nella stalla l'Adele che aveva appena afferrato un coniglio per le orecchie, rimasero in silenzio in piedi uno davanti all'altro senza dir parola e lei continuava a tenere il coniglio, finché lui le disse:
 " Potevi anche chiedermelo" e poi guardandola provò così tanta pena per lei che si mise a piangere e L'Adele lo abbracciò forte.

lunedì 4 marzo 2013

i miei racconti: Le tre Marie (1


Nella parte più alta del paese c’e una scalinata intagliata nella roccia del monte che lo sovrasta.
E’una lunga scalinata che chiunque voglia allontanarsi dal paese per recarsi sia nei campi che nei boschi e soprattutto alle cave che stanno su in alto dove non ci sono più ne campi ne boschi deve percorrere sia all’andata che al ritorno.
Da un lato è costeggiata dal rio che attraversa il paese e sull’altro lato,a metà scalinata stanno le ultime tre case e vicino a queste scorre instancabile l’acqua di una polla che si riversa all’interno d’una grossa pietra scavata.
Lassù dove termina la scalinata e inizia il sentiero che in tornanti più o meno ripidi sale attraverso la selva fino a raggiungere le cave c’è una marginetta detta del”cristaccio”non per mancanza di rispetto ma per via della brutta croce di legno che sta al suo interno.
Si racconta che quella marginetta l’abbia costruita un uomo per un voto fatto durante la prima guerra mondiale. Aveva portato dal Trentino un bel crocefisso di legno come si usa fare da quelle parti e l’aveva messo all’interno della marginetta che costruì con le pietre prese dal letto del rio .Ma dopo un po’ di tempo il crocefisso era sparito e i paesani rifiutando l’idea che qualcuno se ne fosse appropriato aveva attribuito il fatto al demonio.  Cosi quell’uomo prese dalla selva due legni , con una corda li legò assieme a mo’ di croce  e li   pose all’interno della marginetta  vi mise pure un

        pugno di chiodi ed un martello da cava per ricordare la crocefissione dicendo: Se a portar via la croce è stato il diavolo porterà via anche questa ma se l’ha presa chi penso io questa non la tocca:E così fu tant’è vero che quella croce annerita è ancora lì.
Lassù, arrampicate,vicino alla vecchia marginetta nelle ultime case del paese ci abitavano tre vecchie a cui ero affezionata.
Continua…….
Si, vecchie, non mi piace la parola anziano ;sono cresciuta in un tempo in cui la parola vecchio aveva un suo valore .Mi piaceva ascoltare le storie che raccontavano le donne vecchie ,vere o inventate che fossero e non sempre erano storie pudiche. Ogni volta che a qualche vecchio mi rivolgevo con il tu anzi che con il voi mi sentivo arrivare uno scappellotto.
Non solo ci educavano al rispetto delle persone vecchie ma anche verso gli oggetti ,toccando qualcosa era frequente sentirsi ripetere: Non lo toccare perché è vecchio, ha tanti anni era della mi nonna, era di quello o di quell’altro, mettilo giù che tu lo rompi.:
Non era per il valore oggettivo di quelle povere cose d’uso quotidiano ma piuttosto erano cari ricordi perche appartenuti a persone scomparse.
Erano tre donne che abitavano da sole e tutte e tre si chiamavano  Maria.
Nei giorni di festa erano solite avviarsi assieme per andare in chiesa e in paese  le avevano soprannominate “le pie donne”.


Generalmente tra di loro andavano d’accordo fatta eccezione quando i polli dell’una andavano a razzolarsi nell’orto dell’altra, erano liti che potevano durare una giornata intera,liti che come certi fuochi sembravano spengersi e poi bastava una parola e di nuovo divampavano.
Durante queste liti si tiravano tra di loro certe volgarità e moccoli mai sentiti prima: tant’è vero che in paese quando qualcuno diceva una parolaccia o una bestemmia insolita gli dicevano:Questa mi è nuova dove l’hai imparata? Dalle pie donne che stanno su’ al “cristaccio”?
La Marì del mezzo, così chiamata perche la sua casa si trovava in mezzo alle altre due, in fatto di
.linguaccia batteva tutti specialmente quando sparlava delle ragazze. Ma un giorno un uomo già  in là con gli anni ci disse: O bimbe non fate caso a quello che dice perche ora che è vecchia par che abbia ritrovato la verginità ma io la conosco bene. Quando era giovane e il marito stava nelle miniere in Belgio in paese ci stava un uomo che quando sua moglie con altre donne nel mese di giugno stava in una fattoria nel pisano per segare il grano la notte andava a trovà la Maria.
Lei la notte lasciava il portone socchiuso e lui prima di sa lire le scale ,che al piano terra ci dormivano i genitori della Maria, in un angolo dietro la grossa porta lasciava un fiasco di vino del monte di Ripa lo rubava al su zio:era un vino che a dir bono è poco era vino da dirci la messa .
O ragazze lo sapete, no,che a me il vino è sempre piaciuto più dell’acqua!
In quel tempo non avevo nemmeno un soldo per fare l’elemosina in chiesa ed avrei bevuto anche l’alcool per medicazione .Sapeste quanto ne ho bevuto di quel vino! Ne ho bevuto più della Maria!
Facevo la caccia a quel fiasco come il gatto al topo. Lasciatela dire, la sua è soltanto rabbia d’esser
Vecchia
La Maria di sotto così chiamata per il fatto che la sua casa si trovava più in basso delle altre era una donna che aveva una particolare cura della sua persona, cosa che al tempo, in paese,      era insolita  come il fatto di portare le unghie lunghe. Aveva una figura alta e snella e indossava vestiti dai colori vivaci, cosa insolita anche quella visto che le donne della sua età vestivano tutte di colori scuri.
Aveva tanti vestiti che certamente s’era fatta fare da giovane,quando viveva in città, un’altra cosa singolare che non avevo mai visto in altre donne era il collo della Maria.Era lungo e da tutti era considerato un difetto. In casa dei miei nonni ricordo che c’era un fiasco impagliato dal collo lungo e sottile che chiamavano “la mari’ “.
La prima volta che vidi la Maria fu un caldo pomeriggio di giugno, scese dalla corriera con due grosse valige,salì la scalinata ed entrò nella casa detta “degli americani”.
In quella casa non avevo mai visto nessuno; seppi poi che lì erano vissuti i suoi genitori, morti prima che io fossi nata. Maria era la loro unica figlia femmina, l’altro figlio era un maschio che un giorno partì per l’America e in paese non si vide più, due volte l’anno spediva ai genitori un pacco contenente una breve lettera, un po’ di cibo e degli abiti usati. E proprio a causa di quegli abiti un po’ insoliti che i genitori indossavano in paese venivano chiamati “gli americani”.  
In paese fatti e persone nuove erano rare così noi ragazzi s’aggiravamo scuriosando nei pressi della casa della Maria con la quale man mano che passavano i giorni prendevamo confidenza e lei cominciò a raccontarci di se.


( continua)

lunedì 25 febbraio 2013

i miei racconti: Una tardiva lettera ( primo post)

                                                               

Una tardiva lettera
          
Erano le mani del padre , mai alzate su di me per una carezza, mai alzate su di me per punirmi. Mani torte, larghe come attrezzi da lavoro, di cavatore e contadino con un pollice che mancava per metà e due vecchie cicatrici confuse tra le rughe.

Ora che non ci sei e la mia età si fa vicina alla tua comincio a capire.
 Non sopportavo la tua indifferenza.

Ora comincio a capire che la tua era accettazione , era resa là dove non si può lottare contro la morte che ci porta via un figlio o la grandine che distrugge il lavoro di una stagione.

Ricordo di una volta che, con un rastrello in mano , stavo guardando una vipera mentre tu non visto da me mi stavi osservando e mi hai detto: ”Non ammazzarla perché se l’hanno messa al mondo si vede che a qualcosa serve”.
Non avevi studiato il rispetto per la natura ma lei faceva parte di te da sempre.
         

                                   Poteva esser un antico canto.
                                   Poteva esser cielo o pietra
                                   Tempo che non muore.
                                          
                                   Ma è solo un torto tralcio
                                   Predato de’ suoi frutti
                                  Che s’orla d’un silenzioso pianto
                                   Mentre dalle stoppie arse
                                   Sale l’ultimo filo d’incenso
                                   A benedire il giorno che muore
                                   Al limitar del campo.